Il problema dell’arte contemporanea, non è nei suoi linguaggi, è negli economisti e nel come a loro si relazionano.
L’artista è cognitivamente un homo sapiens, chi intermedia il suo lavoro è un homo economicus, è l’economius che mortifica e modifica il sapiens.
I modelli economici rispetto i modelli artistici sono sbagliati.
La vita politica pubblica, con la sua programmazione artistica e culturale, è influenzata dagli economisti.
Gli economisti hanno un monopolio virtuale quando offrono la loro consulenza politica, l’economo è considerato il più potente degli scienziati sociali.

L’economo è l’intellettuale di riferimento, nell’arte il principio fondamentale dell’economo è quello che gli individui si relazionano nelle loro scelte artistiche ottimizzando convinzioni e interessi.
L’investitore economo, nell’arte si muove con un approccio razionale, l’ottimizzazione dell’investimento deve essere sempre vincolata ed equilibrata, in questa maniera s’investe su un artista.
Chiaro perché certi artisti siano fuori mercato?

Capite quanto sia un investimento ottimizzato, dal punto di vista della spettacolarizzazione mediatica, il quadro del famoso street artist Banksy auto-distrutto subito dopo essere stato venduto per oltre un milione di sterline in un’asta di Sotheby’s a Londra, nella “performance” che ha sorpreso i presenti e che è stata architettata con ogni probabilità dallo stesso “Banksy”?
I ragionamenti sull’arte, dovrebbero smetterla di giustificare tutto nel nome del mercato.
La distruzione di un opera venduta, nell’asta che più di altre determina i livelli di mercato dell’arte, incrementa la quotazione di mercato dell’artista e intercetta la complicità di tutti quegli artisti e “addetti ai lavori” che criticano logiche e dinamiche di mercato, è l’ottimizzazione di un investimento.

La notizia a network e media globalizzati unificati alimenta il valore di mercato dell’operazione Banksy e ne sdogana la condivisione e la comprensione culturale.
Non mi entusiasma, l’approccio alla comprensione economica dell’arte dovrebbe e potrebbe essere più ricco, maggiormente attento all’importanza del segno e del gesto umano.
Ragionare sull’operazione Banksy, in termini puramente economici (e tutta la produzione di Banksy si sviluppa con coerenza in tale direzione) è una distorsione, una bolla economica e una balla culturale, il mercato di un artista non è una legge fisica come la forza di gravità.

Banksy è un perfetto modello astratto inventato dal mercato, che sembra essere con lui in conflitto, il mercato descrive un comportamento “immaginario” dell’artista che non corrisponde alla realtà.
Per fortuna, non basta un bollettino di una casa d’asta a media e social media unificati, per dirottare individui, culture e comunità, su cosa e quale sia il valore simbolico dell’arte, ossia connessione tra etica ed estetica culturale del luogo dove si determina; per fortuna dinanzi allo strapotere delle case d’asta internazionali, le Accademia resistono e con la loro elaborazione didattica e dialettica di linguaggi e ricerche artistiche, radicate nelle comunità, ancora esistono.

Mimmo Domenico Di Caterino

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