“Sino a poco tempo fa, la Cina era ancora un oggetto misterioso. Persino per i capi di governo europei, molte città cinesi che superano i dieci milioni di abitanti – o finanche i venti milioni – erano soltanto dei luoghi remoti, un puntino ignoto sulla cartina dell’Asia. Ma oggi città come Chengdu, Chongqing, Shenzhen e decine di altre megalopoli influenzano in modo diretto il lavoro di chi in Europa fa le leggi, programma le decisioni economiche e fa impresa, in qualsiasi settore. Rimuovere questa realtà significa far finta che non siano esistiti gli ultimi quarant’anni e che non esistano i prossimi quaranta. La Cina è un soggetto globale che non ammette rimozioni, né psicologiche, né politiche, né economiche.

E negli ultimi sei di questi anni, la realtà cinese ha preso la forma della nuova Via della Seta, la Belt and Road Initiative.
Cosa ci propone la Cina di Xi Jinping? Essenzialmente una cooperazione internazionale molto flessibile, incentrata sull’aumento della connettività terrestre, marittima e aerea in Asia, Europa, Africa e nel mondo intero. Si aggiunge – senza sostituirlo – al vecchio quadro di cooperazione mondiale, con un nuovo multilateralismo di portata planetaria. Il grande equivoco che ha dominato le polemiche di oggi è che la Belt and Road Initiative sia una specie di nuovo Piano Marshall con obiettivi politici contrapposti ai rivali geopolitici della Cina. In realtà non è un Piano Marshall, non è un piano di aiuti, è più multipolare che bipolare: gli obiettivi manifestati sono diversi, più duttili, adattabili a centinaia di contesti diversi.

Se leggiamo i documenti del governo cinese sulle questioni internazionali, l’espressione più ricorrente è un’espressione in inglese, “win-win”, ossia: accordi vantaggiosi per tutti. Il successo strepitoso dell’economia cinese è trainato anche da centinaia di accordi win-win. Cosa manifesta la Cina? La Cina dichiara che non persegue la sottrazione ma l’addizione, non vuole i cambiamenti di campo geopolitico, ma il mutuo rispetto della sovranità, non vuole imporre un modello di sviluppo, ma adattarsi alle diversità, tanto nei paesi più poveri, quanto presso le potenze industriali. Ebbene, tutti i paesi del mondo sono andati a vedere le carte. Tutti hanno imposto adattamenti agli accordi. Tutti hanno fatto grandi affari.

Se la Volkswagen vende in Cina più del doppio delle auto che vende in tutta Europa e se la Germania sta organizzando il traffico ferroviario in funzione della nuova Via della Seta, se la Francia e il Regno Unito hanno un interscambio con la Cina molto più voluminoso dell’Italia, allora gli allarmi contro l’Italia suonano come il lamento del concorrente pigliatutto. Non temono che Roma entri nell’orbita di Pechino. Temono che ci siano degli yüan fuori dalla loro orbita.
Questo per noi si chiama interesse nazionale, continuità della politica estera. Dovrebbero ammetterlo tanti critici interni. Ho sentito Berlusconi e i suoi sostenitori paventare che l’Italia verrà venduta ai cinesi. Possiamo rassicurarlo: l’Italia non farà la fine del suo Milan.

Come pure ho udito dichiarazioni di esponenti del PD che nel memorandum d’intesa alla firma vedevano l’Italia diventare un ‘protettorato della Repubblica Popolare Cinese’. Eppure nel summit del maggio 2016 fra l’allora ministro degli esteri Gentiloni e il suo omologo cinese si auspicava di cooperare in diversi settori, inclusi settori sensibilissimi come ‘aviazione e aerospazio’. In un’intervista di Matteo Renzi alla TV cinese del 3 settembre 2016 il premier diceva che ‘L’Italia vuole partecipare alla BRI’. Nel forum ‘One Belt one Road’ del 14 maggio 2017, l’allora premier Gentiloni disse che primo obiettivo italiano era ‘far includere i nostri porti di Trieste e Genova come terminali della rotta marittima dalla Cina’. A tutti gli eventi sulla BRI partecipò il sottosegretario al ministero dello Sviluppo Economico del governo Gentiloni, che si era recato in Cina otto volte in undici mesi. Immagino non fosse per turismo. Com’è che invece oggi al PD cambiano idea?

Ricordo anche un altro fatto. La Asian Infrastructure Investment Bank, promossa dai cinesi per finanziare la Via della Seta alle stesse condizioni della Banca Mondiale, ha nel suo capitale la Germania come terzo azionista, con una partecipazione doppia rispetto a quella dell’Italia, quest’ultima inferiore a quelle di Francia e Regno Unito. Non mi pare dunque che stiamo facendo una fuga in avanti. Stiamo semmai recuperando un ritardo storico, per il bene della nostra Repubblica.

L’allarme più forte è stato lanciato in merito alle telecomunicazioni, contro il possibile dominio del 5G cinese. Giusto, e il memorandum ne tiene conto, escludendolo. Ma a Bruxelles dico: non vorrete mica un’Europa luddista. Se proprio c’è la volontà di avere un 5G tutto nostro, se non si vuole essere surclassati tecnologicamente dai cinesi, allora perché non viene predisposta una sorta di nuovo Piano Delors per il 5G e l’Intelligenza artificiale, investendo tante decine di miliardi e dimenticando l’austerity e tutte le assurde regole sul deficit? Bisogna decidere finalmente di investire con il pragmatismo che si usa in Estremo Oriente, e vedremo, noi tutti, che l’Italia sarà creativa come sempre.

Il memorandum d’intesa sarà la risultante dei nostri interessi e della nostra sicurezza, sarà il frutto di una presenza all’altezza della nuova globalizzazione. Il presidente del Consiglio ha ricordato oggi ‘la mancanza di visione’ dell’Europa. Noi contribuiremo a una nuova visione”.

Così, in un intervento in aula, il portavoce alla Camera Pino Cabras del Movimento 5 Stelle.

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