paura a flumini

Essere convinti di fare del bene a qualcuno mentre, in realtà, si finisce per danneggiarlo. A volte capita ed è proprio quello che, forse, è successo a Marina Residence, sul litorale quartese.

“Abbiamo paura di uscire di casa e non sappiamo quando finirà questa storia”. A Marina Residence gli abitanti sono molto spaventati, ecco perché.

Gli antefatti

Il protagonista di questa storia è balzato agli onori della cronaca nei giorni scorsi: un pregiudicato di 51 anni finito prima agli arresti domiciliari per stalking, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale, e arrestato, per evasione, qualche giorno più tardi. Le forze dell’ordine lo avevano infatti trovato in spiaggia a Flumini mentre scontava i domiciliari.

Messa in questi termini a molti era sembrato che A.P., queste le iniziali del suo nome, fosse semplicemente andato a stendersi al sole in spiaggia anziché starsene ai domiciliari. A sentire le testimonianze degli abitanti del quartiere, invece, le cose non sono andate così.

La storia di A.P.

In realtà, purtroppo, A.P. trascina con sé una lunga storia di degrado, povertà solitudine.

“A. svolge attività di guardiania in uno degli impianti sportivi della zona” racconta un residente in una mail denuncia. “Molti anni fa era già stato in carcere. L’allora presidente della Polisportiva, per aiutarlo, lo prese sotto la sua ala protettiva e inserendolo in un programma riabilitativo gli offrì un tetto e un lavoro, retribuito, come custode. Oltre questo, ebbe anche un aiuto medico in quanto portatore di problematiche che richiedevano, e richiedono, un controllo farmacologico”.

Stando a quanto riferito, quindi, l’uomo ha avuto l’opportunità di avere una vita migliore, inserito in un contesto sociale stabile e con la possibilità di ricominciare. Ma cosa è successo dopo?

La testimonianza dei residenti di Flumini

I testimoni raccontano che “la presenza di un custode si è trasformata abbastanza presto nell’opportunità di ottenere mano d’opera a poco. Senza voler pensare che la cosa fosse premeditata, a furia di piccoli favori, nel quartiere, A. è però diventato il tuttofare di alcune persone che, all’occorrenza, gratis o in cambio di una cassa di birra, di una bottiglia di vino o pochi euro, lo utilizzavano come giardiniere privato, facchino, manovale e varie ed eventuali. Sul lungo termine questa sorta di sfruttamento ha iniziato a pesargli, al punto che si sfogava con alcuni di noi chiedendosi se qualcuno non stesse approfittando della sua disponibilità”.

“C’è da dire che A. è incline a manifestazioni di rabbia quando la sua testa valuta, a torto o a ragione, che qualcuno lo stia prendendo in giro o gli stia facendo un torto. Qualche episodio di rabbia, a intervalli temporali costanti, c’è sempre stato – racconta un altro testimone – al punto che molte persone del quartiere, e all’interno dell’associazione sportiva, hanno sempre avuto paura di contrariarlo. Per la paura delle ripercussioni, in pratica, nessuno ha mai avuto il coraggio di licenziarlo e mandarlo via, nemmeno in seguito a gravi minacce, danneggiamento e intimidazione avvenuti all’interno del centro sportivo, nel corso degli anni. Da quando ha iniziato anche a bere poi, le cose sono peggiorate, per degenerare, in seguito, a causa di una sua recentissima delusione amorosa”.

I fatti più recenti

Dopo l’abbandono da parte della ex compagna la situazione è precipitata. Secondo le testimonianze dei residenti l’uomo è “disperato, arrabbiato col mondo e capace di qualsiasi cosa. I recenti fatti di cronaca che lo riguardano ne sono la dimostrazione: prima l’arresto e la condanna ai domiciliari – per aver incendiato e distrutto la casa della ex compagna e aver aggredito le forze dell’ordine che lo hanno colto sul fatto – da scontare all’interno degli impianti sportivi presso i quali detiene la residenza; poi il secondo arresto per evasione, tradottosi nuovamente con la condanna ai domiciliari“.

“Nel quartiere siamo molto spaventati. Siamo convinti che si tratti di una bomba a orologeria pronta a scoppiare se continuerà a stare qui. Mentre scontava i domiciliari non era raro vederlo girare in spiaggia o per le vie del quartiere e sentirlo urlare disperato e alterato dall’alcool, anche nel cuore della notte. Si tratta pur sempre di un pluripregiudicato che ha commesso dei reati e che, al momento dell’ultimo arresto, si trovava in giro armato di un coltello a serramanico. Ora da qualche settimana è sparito, non sappiamo che fine abbia fatto, dicono sia stato trattenuto in carcere in custodia cautelare in attesa del processo per le accuse che pendono a suo carico”.

Un pregiudicato pericoloso in giro per il quartiere

“Il quartiere è deserto per la paura, la sera ci rintaniamo tutti in casa, terrorizzati, con le orecchie tese ad ascoltare e con gli occhi puntati in direzione del centro sportivo. Ci sono donne che girano con lo spray al peperoncino in tasca e i bambini ci guardiamo bene dal farli giocare per strada o nei giardini pubblici. Ci sentiamo in pericolo. Non ci spieghiamo come sia possibile che una persona con questi problemi possa scontare gli arresti domiciliari in un centro sportivo in attività pur sapendo che ha la tendenza all’evasione. Quello che ci auguriamo è che sconti le sue condanne in un luogo consono, sicuro per lui e per gli altri, ma soprattutto seguito da persone competenti per un tentativo di recupero”.

A sentire il racconto sembra la trama di un film. Nel quartiere ci sono ormai due fazioni: quella di chi esasperato vorrebbe fare qualcosa, e quella di chi vuole tacere perché ha paura, per se stesso e per i suoi figli, di peggiorare la situazione e di scatenare la sua ira.

“Anche alcuni dirigenti e soci della Polisportiva hanno paura – conferma sul posto un residente – Addirittura c’è chi ha ritirato le sue cose, canoe e attrezzature, dal centro sportivo per la paura della reazione”.

Le rassicurazioni del sindaco di Quartu

Stefano Delunas, il sindaco di Quartu Sant’Elena, contattato dalla redazione di Cagliaripad, tranquillizza però i residenti:

In merito alla situazione abbiamo già provveduto a prendere dei provvedimenti. In accordo col presidente della Polisportiva è già stata inviata, al Tribunale, la richiesta di interruzione del programma di recupero e il conseguente allontanamento dalla Polisportiva. Metteremo comunque la struttura a disposizione per un altro programma in modo che la presenza di un custode venga comunque garantita“.

A novembre, con il processo, conosceremo le sorti dell’uomo, e di tutto il quartiere che, nel frattempo, resta comunque col fiato sospeso.

A voler andare oltre la mera cronaca, in tanti si interrogano sul destino di quest’uomo mezzo carnefice ma anche mezzo vittima. Salvato a metà. Condannato a metà. Tra persone che, nonostante ora lo temano, in fondo gli vogliono bene e ritengono sia solo il risultato di un problema di cui nessuno per lungo tempo ha voluto più farsi carico.

“Perché un tuttofare a poco fa comodo a tutti. Perché una persona riconoscente, poi, diventa una persona che si deve sdebitare. E chi se ne frega di tutto il resto. Ora siamo qui senza soluzione, costretti a battere i piedi per cercare di mandar via, in galera o dovunque ma non qui, un disgraziato senza nessuno che ha bisogno di aiuto e cure”.

Situazioni al limite, cose fuggite davvero di mano, dove non si capisce più cosa sia giusto, o ingiusto fare. Da un lato un uomo colpevole di reati, dall’altro gli abitanti terrorizzati.

“Se A. dovesse restare prima o poi succederà qualcosa. Ma la responsabilità, a quel punto di chi sarà? Solo e soltanto sua, un povero disgraziato che non sa aiutarsi da solo?  Di chi lo ha messo lì con la promessa di una vita migliore ma poi lo ha abbandonato a se stesso? O di chi non è intervenuto per paura pur sapendo che la situazione stava crollando?”.

Del resto si sa, il servigio torna sempre a casa col guadagno. Peccato che poi, alla fine, il conto da pagare arriva.