Stabilità, tempo libero, soldi o salute? Oggi i lavoratori italiani, con già due anni di pandemia alle spalle, seguono un trend sempre più diffuso negli Stati Uniti, conosciuto come “quitting economy”. Si potrebbe tradurre con “nomadismo professionale” e si riferisce a tutti quei dipendenti di aziende, pubbliche o private, che hanno deciso di licenziarsi per mettersi in proprio o, più semplicemente, cambiare lavoro.

Le ragioni sono da ricercare nei salari bassi, un’eccessiva mole di lavoro, discriminazioni, scarsa sicurezza, e veri e propri crolli: i cosiddetti “burnout” da lavoro. La pandemia sembrerebbe aver risvegliato le coscienze e spinto molti lavoratori col tanto sognato “posto fisso” a lasciare una condizione stabile, sì, ma precaria dal punto di vista della salute fisica e mentale.

Il 2021 è stato l’anno della svolta lavorativa per ben 4 milioni di statunitensi, che hanno lasciato il proprio posto di lavoro. In Italia la situazione non è da meno. Secondo quanto riportano i dati del Ministero del Lavoro, sono ben 484 mila i lavoratori italiani che nel secondo trimestre 2021 hanno chiesto le dimissioni su un totale di 2 milioni e mezzo. Rispetto allo stesso periodo del 2020 c’è stato un incremento dell’85%. 

Gli italiani cercano strade alternative per non dover più vivere per lavorare. La maggior parte chiede di poter mantenere lo smart working e pretendono una migliore conciliazione tra vita privata e lavoro. Sono soprattutto gli under 40 ad aver cambiato le proprie priorità quando ci si trova di fronte a una proposta lavorativa. Il posto fisso non è più l’unico aspetto a interessare, ma vengono richiesti anche flessibilità, incentivi e retribuzioni eque. Ma non solo, ad attirare maggiormente i cosiddetti “quitters”, sono gli stimoli che un’azienda può offrire. Per questo, il 97% di chi ha cambiato lavoro per trovare nuova linfa si è detto soddisfatto della scelta che ha preso.

C’è chi ha provato a spiegare questo fenomeno con l’effetto psicologico conosciuto come “honeymoon-hangover”. Se in un primo momento, all’inizio di un nuovo lavoro, ci si sente come se si stesse aprendo una nuova fase della propria vita, di scoperta e positività, dopo un po’ l’effetto svanisce e si passa a una fase statica, in cui non si trova più l’energia iniziale.

Per questo motivo tanti Paesi a livello internazionale – Stati Uniti, Giappone, Islanda, Spagna e Belgio, per citarne alcuni – hanno già introdotto la settimana breve, che consiste in 4 giorni lavorativi a parità di stipendio. Secondo diversi studi, infatti, la riduzione dell’orario di lavoro aumenterebbe la produttività e permetterebbe ai dipendenti di avere maggiore tempo libero da passare in famiglia, con gli amici o i propri partner. L’Italia in questo è ultima in Europa, insieme a Grecia ed Estonia.

Le reazioni dei lavoratori italiani, però, parla chiaro. Lo si è visto soltanto qualche settimana fa, quando sono venuti allo scoperto le falle presenti da decenni ormai nel settore della ristorazione. Nel luglio 2021 Confcommercio ha lanciato l’allarme: sono 150mila le figure “introvabili” tra cuochi, camerieri, baristi e altri lavoratori stagionali, che fino ad oggi avevano accettato le condizioni più estreme per potersi guadagnare da vivere. Ma non solo, alla lunga lista si aggiungono anche meccanici, elettricisti, commessi, operai specializzati, autisti e autotrasportatori. Se in un primo momento si era pensato alla pandemia come principale causa del fenomeno, oggi si scopre che le motivazioni sono ben altre. Non si è più disposti ad accettare il minimo indispensabile, le dimissioni corrono veloci e, sempre più spesso, non ci si presenta più nemmeno al colloquio.

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