Alex Deplano è conosciuto nel mondo dell’imprenditoria cagliaritana ormai da più di dieci anni, ma prima di farsi notare è stato tra i fondatori della rivista di fumetti per nuovi autori “Gruppo Misto”, pubblicato per la prima volta nel 1998 per tremilacinquecento lire a pezzo. Raccontare storie, in fondo, è quel che lo ha portato a fantasticare, immaginare, costruire altre dimensioni. “Sono un sognatore”, conferma in videochiamata, con una felpa con sopra stampato nientemeno che Topolino, l’eroe di mille avventure Disney, la fabbrica dei sogni per eccellenza.

E forse proprio per conservare questa sua attitudine, ha scelto di tenere lo stesso nome anche per la sua agenzia di comunicazione, con sede in via Atene 20 a Quartu Sant’Elena, di cui racconta anche nel suo romanzo d’esordio “L’amore ai tempi di Equitalia”, pubblicato nel 2018 da Arkadia Editore. Il protagonista, Paolo Resol, suo alterego, è un giovane imprenditore cresciuto nel quartiere Marina, a Cagliari, da una famiglia borghese, il padre fa l’avvocato e vorrebbe tanto che suo figlio facesse altrettano. E invece no, Paolo si mette in testa di fare l’imprenditore, vuol fare marketing e comunicazione, una “roba da intellettuali”, come gli dirà poi il suo migliore amico con sede fissa a Milano. Gli affari vanno alla grande, finalmente arrivano i soldi, la prima auto, abiti e scarpe da far invidia a tutto il quartiere. Tutti sono con Paolo, donne comprese.

Ma come in ogni romanzo d’appendice che si rispetti, qualcosa va storto. L’agenzia inizia a perdere i suoi clienti più fidati, le entrate calano e inizia la discesa agli inferi con una scritta grossa quanto la presunzione del “signor Resol”. Una serie di eventi lo porterà a riniziare tutto daccapo, lontano da tutto quel che fino a quel momento aveva rappresentato per lui un punto di riferimento. Con un viaggio di sola andata per New York, e un amore al gate degli arrivi ad aspettarlo.

Com’è andata a finire questa storia?

Diciamo che la vicenda è romanzata, è un romanzo d’appendice, c’è tutta una didattica dentro, un messaggio anche, se vogliamo, pedagogico. Di base si tratta di una vicenda reale in cui sono stato mio malgrado coinvolto, perché la figura del finto commercialista è reale: mi ha fregato quasi mezzo milione. Da lì ci son state anche delle cose positive. Il personaggio di Paolo Resol, che contiene nel nome “loser”, perdente, ma è anche il “re sole”, quindi estremamente presuntuoso che ama circondarsi di cose materiali, costose, a un certo punto ha una catarsi. Dopo la batosta della vita, cerca di risollevarsi filtrando tutto ciò che era lo sporco, le false amicizie e le false illusioni con l’altro sesso. Quindi c’è una rinascita del personaggio, che poi è anche quello che è capitato in quel periodo ma si sta purtroppo ripetendo in questo momento di forte prova per chi ha una azienda, in termini forse più drammatici, perché c’è un allarme sanitario, quindi la conflittualità sociale sta aumentando e in questo senso bisognerebbe di nuovo circondarsi di persone che tengono a te e non quelle che stanno vicino a te per quello che hai e che rappresenti.

E come hai fatto a rimettere in piedi da zero la tua azienda?

Intanto con l’aiuto di amici e persone che avevano delle competenze specifiche nei vari campi per darti consigli giusti e gli strumenti per risollevarti. Il modo c’è, c’è chi invece per cose più banali ha rinunciato e magari ha anche scelto per un gesto estremo, le cronache sono piene di queste storie. Il personaggio in questione, Paolo, trova l’amore, una ragazza americana, che gli dà la giusta benzina per ripartire dall’inizio. Io, nella mia vita reale, poi mi sono trasferito a New York ma non ho abbandonato la Sardegna. Ora sto stabilmente in Italia, ma la nostra agenzia lavora in tutto il mondo perché siamo esperti di pasta fresca italiana. Abbiamo fatto dei lavori negli Stati Uniti, l’ultimo a Nashville, in Tenessee, e mi sono trasferito là per un mese per avviare un’attività di un cliente. Ora c’è anche un’altra cosa in ballo negli Emirati Arabi. Sono un sognatore, e quell’esperienza devo dire che mi ha rafforzato.

Come mai hai scelto di tornare a Cagliari? Fare imprenditoria qui è possibile?

Mah qualcuno diceva che il luogo fisico in cui lavori è un ostacolo della mente. In un mondo che noi stiamo vivendo non è importante dove svolgi l’attività, a meno che non sia legato al territorio o un posto di lavoro pubblico, dove devi timbrare il cartellino ogni giorno e fare il tuo. Noi siamo un’agenzia abbastanza dinamica, quindi abbiamo l’esigenza di viaggiare. Io ero in Portogallo tre settimane fa per il Web Summit, poi stiamo seguendo una consulenza di marketing politico per una persona di cui non posso parlare, ma è un personaggio di primo piano, e viaggio per tutta l’Italia: Siena, Salerno, Sicilia, Padova. Fare l’imprenditore in Sardegna è possibile così come farlo a Varese. Non è un problema di dove stai, è un problema di cultura, quella italiana che è contro la piccola media impresa. Da sempre qualsiasi governo si sia avvicendato ad amministrare la cosa pubblica, ha sempre fatto di tutto per affossare quello che poi è il tessuto economico dell’Italia, che è fatto di piccole e medie imprese. Non di industria, non di agricoltura, non di terziario. Ora, non vorrei che il mio discorso sembrasse politico, ma la pubblica amministrazione in Italia è un peso, è una spesa con segno negativo, perché ci sono tante persone impiegate che non sanno fare nulla, pochissime che portano avanti il lavoro. Basti vedere che in un’epoca di trasformazione digitale di cui tanti si riempiono la bocca, il sito dell’Inps va in crash e noi per la gestione di quel sito spendiamo dieci milioni all’anno.

Mi è capitato, però, di sentire diversi imprenditori sostenere che in Sardegna non ci sarebbero le competenze, soprattutto di tipo tecnologico, per portare avanti lo sviluppo di questo territorio. Cosa ne pensi?

Be la Sardegna ha portato Internet in Europa, nel ’97-’98. Io ho partecipato al meeting degli innovatori Sardegna, organizzato dall’assessorato agli Affari generali, dove si tracciava lo scenario per i prossimi cinque anni. Io stesso sto portando avanti un progetto di intelligenza artificiale, con una piattaforma che aiuterà la Regione a profilare le skill dei dipendenti, la sto facendo con i miei mezzi, viaggiando a mie spese, traendo il know-how a San Francisco, nella Silicon Valley, così come a Los Angeles, a Dubai e ad Abu Dabi, semplicemente per la parte che riguarda i processi di validazione del modello, quindi come funziona la piattaforma per poi entrare in un mercato che è finanziario, non è solo tecnologico.

D’altra parte, l’80% delle aziende sarde ritiene che i finanziamenti per l’industria 4.0 del Pnrr non siano così necessari per lo sviluppo delle loro imprese. Come te lo spieghi?

La maggior parte delle aziende in Sardegna, quelle che hanno un fatturato che può sostenere una trasformazione digitale, sono gestite da persone che non appartengono alla categoria dei nativi digitali, quindi non hanno le competenze di quel tipo per motivi anagrafici. Le altre aziende sono gestite da persone che hanno una cultura imprenditoriale che ormai è stantia, ma dire che non c’è l’interesse è un altro falso, nel senso che i soldi sono accessibili ma bisogna avere idee molto chiare di quello che si va a fare. Quando noi facciamo un’analisi sulle startup che ci vengono presentate, c’è da dire che bisogna scontrarsi con una cultura che è ancora 1.0, quindi parlare di 4.0 è fantascienza. Ci sono delle difficoltà nel valutare non tanto l’idea, ma la determinazione e la preparazione dell’imprenditore. Quel che si fa quando si valuta una startup è mettere da parte per un momento il white paper – sempre che sappiano che cosa sia e come si compili – e parlare faccia a faccia con l’imprenditore, che solitamente ha un’età che va dai 18 ai 25 anni, quindi che è nata con il digitale. E lì ti accorgi delle pecche: c’è gente che sogna, che ha in testa dei mondi che non esistono, senza avere coscienza del fatto che qui in Italia la “exit”, cioè la valutazione di una startup innovativa che funziona, nei migliori casi può arrivare a 250mila euro, quando invece i business angel in tutto il mondo hanno delle valutazioni che sono dieci volte superiori. Il punto è che ci sono gli strumenti, c’è Invitalia, che abbiamo visto poi dalla cronaca essere un carrozzone politico che distribuisce soldi ad amici e parenti, ma fa anche degli investimenti in termini funzionali agli obiettivi della startup, sempre che funzioni. Devo dire che ho visto startup che erano dei semplici progetti imprenditoriali che si fermano alla fase di industrializzazione e di distribuzione che sono molte più costose. In questo senso entrano in gioco gli investitori privati, le aziende che credono in te e ti danno la possibilità di realizzare quello che tu coi tuoi risparmi non potresti fare. Questa è una dinamica suppletiva: lo Stato non crede nelle aziende e quindi entra il privato. C’è da dire che c’è stato un momento in cui c’è stato un momento in cui tutti volevano fare impresa, tutti hanno creato startup e si è creata una grande bolla illusoria per cui tutti pensavano di avere l’idea del secolo, ma così non è.

Per chiudere, c’è qualche altro nuovo libro in progetto?

Vorrei avere il tempo di scrivere, sto facendo una raccolta di racconti che si chiama “Storie dalla fine del mondo” con altri autori. Il mio primo libro ha venduto seimila copie, che comunque è un buon risultato come esordio, grazie anche al quotidiano che l’ha distribuito. Io ero un po’ un outsider dato che gli altri erano tutti autori ormai affermati, Milena Agus e Francesco Abate tra gli altri, ma diciamo che per la mia presunzione non mi hanno intimidito. Abbiamo già l’editore, vediamo.

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