In Italia ci sono oltre mezzo milione di positivi all’HCV che non sanno di essere infetti. Tutto questo porta ad un grosso ritardo in quella che è la diagnosi e le eventuali terapie. La Sardegna, purtroppo, non attinge al fondo innovativo per lo screening, presente in Italia, né ha accesso agli screening attualmente presenti nella Finanziaria.

“La Regione, nell’ambito della discussione alla finanziaria regionale ha presentato un emendamento a sostegno del capitolo Screening HCV chiedendo che venga istituito un fondo con una dotazione di 3 milioni di euro da destinarsi nel 2022, 2023 e 2024 proprio per la diagnosi di HCV. Questo è importante perché permetterà a tutte quelle realtà che attualmente non hanno la possibilità di fare screening di poter accedere facilmente alla diagnosi di epatite C”. Lo ha dichiarato Ivana Maida, professore associato di Malattie Infettive all’Università di Sassari, intervenuta in occasione del corso di formazione ECM sulla gestione dei tossicodipendenti con epatite C, organizzato dal provider Letscom E3 con il contributo incondizionato di AbbVie.

Il corso, dal titolo “Emersione del sommerso: un percorso condiviso per la diagnosi e il trattamento dei pazienti HCV positivi nei SER.D. della Regione Sardegna”, rientra nell’ambito di ‘HAND – Hepatitis in Addiction Network Delivery’, il progetto di networking a livello nazionale patrocinato da quattro società scientifiche (SIMIT, FeDerSerD, SIPaD e SITD) che dal 2019 coinvolge i Servizi per le Dipendenze e i Centri di cura per l’HCV afferenti a diverse città italiane.

Durante il proprio intervento, la professoressa Maida si è soffermata sulle modalità per abbreviare il percorso di Test&Treat del paziente complesso, spiegando che “ci sarebbe la necessità di avere a disposizione test capillari o salivari, per permettere anche a tutti i Centri periferici o alle strutture che seguono il paziente tossicodipendente di poter facilmente fare una diagnosi, anche in assenza di laboratori specifici all’interno delle strutture stesse, consentendo così una rapida presa in carico del paziente verso la cura.

“Nonostante tutte le limitazioni e carenze in Sardegna fino ad ora abbiamo trattato con i farmaci antivirali oltre 10000 pazienti. Ipotizzando una media di persone infette con HCV del 2% è plausibile aspettarci ancora circa 20000 positivi di cui una buona parte inconsapevoli. Considerando l’età media molto elevata dei sardi e la prevalenza di individui HCV positivi nelle popolazioni più anziane potrebbe essere utile estendere lo screening in popolazioni anche alla fascia dei nati dal 1949 al 1968, ovvero di età compresa tra 72 a 51 anni.” Lo ha affermato il professor Luchino Chessa, responsabile SS Malattie del fegato presso l’Aou di Cagliari.

“I dati attuali- ha proseguito il professor Chessa- ci dicono che il numero di tossicodipendenti HCV positivi e viremici sembra molto inferiore a quello che veniva stimato. Sicuramente molto deriva dal fatto che negli anni tanti utenti sono stati sottoposti a terapia antivirale e che i PWDU più giovani non usano droghe in vena. Tutto ciò in ogni caso non deve far abbassare la guardia, è necessario dunque favorire le campagne di screening e di eradicazione dell’epatite C nella popolazione a rischio come i PWID, ogni caso un serbatoio per la popolazione generale. Da qui sono nati vari progetti di linkage to care tra epatologi/infettivologi e le realtà dei Ser.D. e delle carceri, che vanno strutturati e potenziati.”

Il professor Chessa si è poi soffermato sulle problematiche presenti sul territorio: “In Sardegna esistono delle criticità importanti, per quando riguarda l’eradicazione dell’epatite C, quali assenza di un registro epidemiologico delle malattie del fegato e tantomeno delle infezioni da HCV, assenza di una rete dei centri specialistici che si occupano del trattamento dell’epatite C, mancanza di epatologi sul territorio e in presidi ospedalieri minori. Per cui bisogna agire implementando i pochi centri epatologici presenti, attualmente presso l’Aou di Cagliari e Sassari, la Aob e il Pronto soccorso del Santissima Trinità di Cagliari, il San Martino di Oristano, il presidio ospedaliero Nostra Mercede di Lanusei e infine l’ospedale Paolo Giovanni II di Olbia, oramai in carenza di organico, e prevedere lo specialista epatologo sul territorio e nei presidi minori. È inoltre necessario mettere in funzione una rete tra i pochi centri e gli ambulatori epatologici rimasti, e costruire un network tra centri epatologici, Ser.D. e Carceri della Sardegna e i MMG” ha concluso.

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