In Evidenza Annalisa Cuzzocrea: “I giornali hanno perso peso, ma al mondo servono ancora”

Annalisa Cuzzocrea: “I giornali hanno perso peso, ma al mondo servono ancora”

Tra Repubblica e La Stampa, podcast seguitissimi (Daytime, Controvento) e romanzi importanti, la giornalista ha saputo raccontare l’evoluzione di una Italia che è cambiata profondamente

Crediti foto: Cagliaripad

Il cielo è plumbeo e minaccia pioggia. Scenderà, copiosamente, ma non in quel momento. Il Castello di Sanluri è una fortezza che ripara Annalisa Cuzzocrea e il sottoscritto, mentre fuori centinaia di persone attendono di ascoltare la sua voce, i suoi racconti, il lavoro fatto per ricordare Miriam Mafai.

Tra Repubblica e La Stampa, podcast seguitissimi (Daytime, Controvento) e romanzi importanti, ha saputo raccontare l’evoluzione di una Italia che è cambiata profondamente e ancora oggi è in continua evoluzione.

Ma c’è anche il mondo che cambia e dal Castello, durante Sanluri Legge, si può tracciare una linea comune che non parla solo al passato ma anche al presente.

Partiamo dal luogo in cui siamo, quanto ti ha colpito questo Castello?

Sono rimasta molto colpita. È parte di una Sardegna che troppo spesso non conosciamo. Si pensa alla Sardegna per le vacanze. Tutte le volte volte in cui vengo, incontro soprattutto cultura e voglia di cultura. Quindi, il fatto che ci sia questo castello, la conservazione ddi questi beni, della memoria della guerra – non per esaltare la guerra, ma per ricordare che cos’è la guerra. Mi ha molto colpito la sala della grande guerra, con quelle armi antichissime, ho pensato a quanto era duro fare la guerra e a quanto ancora oggi continuiamo a farla senza ragione. Purtroppo però, adesso, è immensamente più facile scaricare un’arma addosso a qualcuno. Forse anche per questo non si smette di farla. Quindi ho riflettuto su tutte queste cose e mi è sembrato davvero un posto magico.

Quanto la cultura racconta non solo il passato, ma ci aiuta a ragionare sull’attualità?

Ho guardato tutte le lettere mandate da D’Annunzio che, conosceva il proprietario di questo castello: quell’idea, no, di una patria forte, invincibile. E ci parla molto di oggi, ma degli errori che si stanno facendo oggi. In nome di piccole patria. Mentre dovremmo pensare a un mondo molto più unito. C’eravamo forse illusi che questo fosse il passato, adesso.. probabilmente se fossi venuta qui 10 anni fa, mi sarebbe sembrata solo storia passata. Adesso invece ho pensato immediatamente all’oggi. Cioè, a quanto in questi anni la logica della guerra è tornata nelle nostre teste. L’idea della guerra come soluzione. Mentre parliamo, non si capisce se può finire la guerra in Iran, se può finire la guerra in Libano, se è finita davvero la guerra su Gaza. Per non parlare dell’Ucraina. Ecco 10 anni fa, secondo me in questo pezzo di mondo, che è rimasto più protetto dai conflitti, non ci saremmo aspettati di essere a questo punto. Questi luoghi ci parlano dunque anche del presente.

Se apriamo un social qualunque, oggi troviamo persone che giustificano anche la guerra come mezzo. Perché?

Me lo chiedo anche io. Per le persone della mia generazione, io sono nata alla metà degli anni 70, era davvero il passato. Credo lo sia anche per i ragazzi di oggi il passato, non credo che loro vogliano vederla tornare. Basta vedere come la guerra di Gaza sia stata in grado di riportarli in piazza in così tanti. E che sia stato anche quel tipo di moto di rifiuto di questa logica che li ha portati, per esempio, a votare per un referendum, dove non ci saremmo aspettati di vedere le nuove generazioni protagoniste. Com’è possibile che ci siano alcune persone che pensano alla guerra come soluzione io sinceramente non lo comprendo. Quello che comprendo, e che so, è che dietro la guerra ci sono moltissimi interessi.

Quali?

Non penso, come dicono molti, alla lobby delle armi. Penso che sia ancora una logica che per un determinato tipo di persone fa muovere il mondo, fa muovere i capitali. Una cosa è credere nella resistenza di un popolo come quello ucraino contro l’aggressione russa, quindi nella necessità di armare quel popolo perché possa respingere un aggressione che vuole semplicemente spostare un confine con l’uso della forza, riscrivendo la storia. Quella è una cosa. Un’altra è pensare che, appunto, possa essere giustificata l’aggressione russa in Ucraina per una fantomatica minaccia della Nato, che possa essere giustificato il massacro a Gaza, come risposta a un altro massacro terribile, quello del 7 ottobre di Hamas, che per quanto mi riguarda è una formazione terrorista che non ha alcun tipo di giustificazione. Ma anche la risposta di Israele non ha alcun tipo di giustificazione, è stato un sterminio sistematico di un popolo con oltre 20.000 bambini uccisi. Ecco io ho paura non tanto del fatto che ci siano persone che credono ancora alla guerra, perché ci saranno sempre. Quello che mi fa paura è l’assuefazione. Quello che è successo a Gaza, ma anche in Ucraina un tempo ci avrebbe indignato molto di più. Adesso c’è una assuefazione a quello che sta succedendo, purché non ci venga troppo vicino, purché non tocchi i nostri interessi. Ecco questa questo mi preoccupa.

Cosa ti preoccupava da giovane, quando volevi provare a diventare una giornalista? Quando è scattata la scintilla?

Questa cosa ce l’ho sempre avuta. Vivevo in una piccola piccola città, Reggio Calabria, e volevo andar via. Ma non perché non sia un posto bellissimo, ma perché avevo fame di mondo. E avevo voglia di raccontare. Io mi ricordo che ci furono a un certo punto degli attentati a Roma e a Firenze. Mi ricordo questa notte in cui io ero davanti la televisione, era molto tardi, i miei dormivano e c’erano stati questi attentati. Feci tutta una serie di post-it che appesi sulla porta della camera da letto dei miei per raccontare cos’era successo, perché avevo proprio… non poteva essere che loro stavano dormendo e non sapevano che c’era stato un attentato a Roma e uno Firenze. Lì ho capito che io avevo un’ urgenza di raccontare quello che succedeva. Poi, dopodiché, ho fatto altro. Ho studiato lingue, mi ero innamorata della letteratura inglese, americana e francese. Pensavo che sarei rimasta all’università tutto il tempo. E invece c’era un piccolo trafiletto su su un piccolo giornale che parlava di questo bando per 30 posti per la scuola di giornalismo di Urbino post università – mi ero appena laureata. Ho fatto questo concorso, l’ho vinto, sono entrata nei primi 30 posti. Lì mi sono innamorata subito del mestiere già dalla scuola di giornalismo. Poi mi hanno mandato subito fare lo stage al Tg3, quindi lo stage a Repubblica.it che nasceva. Poi ho fatto la radio, ho fatto la TV, ho fatto il giornale, che è la cosa che ancora oggi mi piace di più. Come si forma mano a mano questa opera collettiva di pensiero, di scontri, di liti. È una cosa che mi emoziona ogni giorno.

Cosa manca nella tua vita professionale?

Sono molto felice di quello che ho fatto. Sono stata molto fortunata. Quello che mi manca è la forza che avevano i giornali un tempo. Io ho scritto questo libro su Miriam Mafai, che era una giornalista nata nel 1926, oltre che appunto un attivista politica, una donna che ha fatto mille cose. Quando lei faceva i giornali, cioè negli anni 60… in questo paese i giornali avevano un peso enorme. Oggi sono letti molto di meno e penso che sia un po’ un peccato. Nel senso che c’è tanto pensiero, tanto lavoro. Penso che il giornalismo al mondo serva. Il fatto che invece si pensi che se ne possa fare almeno un po’ mi dispiace.

Hai citato Miriam Mafai. Qual è stato il primo contatto con lei?

Nel mio percorso, ad un certo punto facevo Repubblica Tv. Che era una televisione che stava sul sito di Repubblica e poi sul satellite. Miriam veniva a fare l’opinionista. Era sempre la più moderna di tutti, quella che aveva la capacità di guardare oltre. Quindi quando serviva uno sguardo lucido sul mondo chiamavamo Miriam. Quindi l’ho conosciuta così, ci parlavamo. Poi una volta Ezio Mauro, il direttore di Repubblica di allora, mi chiese di lavorare con lei nel ripercorrere le tappe del sequestro Moro. Proprio con Miriam andai in via Caetani e in tutti i punti del sequestro. Quindi in due giorni feci queste tappe con lei, che mi raccontava la storia di quegli anni e cosa aveva significato. E soprattutto mi raccontava anche cosa aveva capito lei di cosa succedendo in quel momento. Moriva l’idea del compromesso storico. E moriva quindi l’idea di una pacificazione politica. Lì ho capito che ero davanti a una grandissima giornalista.

Cosa ti ha portato poi a raccontarla?

Penso che sia una donna poco raccontata. Nonostante lei abbia scritto una sua autobiografia che arriva solo fino ad un certo punto della sua vita, nonostante lei abbia scritto e lasciato dei libri bellissimi, mi sembrava che non fosse conosciuta abbastanza. Quindi sono andata dalla figlia che mi ha consegnato questo pacco di lettere e taccuini segreti di Miriam. Ho deciso di farla rivivere perché c’era c’era tanto materiale da romanzo. La famiglia ne è rimasta felice.

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