C’è una Sardegna che innova in silenzio, lontano dai riflettori, attraverso il lavoro quotidiano di ricercatori e studiosi che trasformano idee e conoscenza in opportunità per il futuro. La figura di Arianna Marras è la rappresentazione di come la ricerca sia un nodo centrale per lo sviluppo della società del futuro.
Cresciuta con la convinzione che l’istruzione sia uno degli strumenti più potenti di inclusione e cambiamento sociale, ha scelto di dedicare il proprio percorso accademico allo studio di come le tecnologie possano migliorare l’esperienza educativa e aiutare ogni studente a esprimere il proprio potenziale.
Oggi, da dottoressa di ricerca e docente a contratto dell’Università degli Studi di Cagliari, porta avanti un lavoro che intreccia innovazione didattica, ricerca e attenzione alle persone, esplorando nuove strade per rendere l’apprendimento più accessibile, partecipato ed efficace.
Una sfida che guarda al futuro, ma che nasce da una domanda semplice e attuale: come possono le tecnologie diventare strumenti di crescita e non fattori di esclusione?
Quando hai iniziato a fare la ricercatrice?
Il mio percorso professionale nasce nella scuola e, nel tempo, si è intrecciato sempre più profondamente con la ricerca educativa. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze della Formazione Primaria presso l’Università di Cagliari nel 2014, ho iniziato la mia attività di insegnante in una realtà particolarmente innovativa come Up School, a Cagliari, sotto la direzione scientifica del professor Silvano Tagliagambe. Successivamente, in seguito alla vincita del concorso nazionale, sono entrata in ruolo nella scuola statale come insegnante specializzata. È stato proprio il contatto quotidiano con gli alunni, con i loro bisogni e con le sfide che la scuola è chiamata ad affrontare ogni giorno, a spingermi verso domande sempre più profonde sulla didattica, sui processi di apprendimento, sull’inclusione e, in particolare, sul ruolo che le tecnologie possono svolgere nel promuovere opportunità educative significative per tutti. Durante il periodo della pandemia ho deciso di trasformare queste domande in un progetto di ricerca.
Qual è stato il risultato di quel progetto?
Nel 2020 ho partecipato e vinto il concorso per il Dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Salerno, dove ho approfondito il rapporto tra educazione, tecnologie e inclusione, concentrando i miei studi soprattutto sulla robotica educativa e sulle sue potenzialità nei contesti scolastici. Da quel momento la ricerca è diventata una componente essenziale della mia identità professionale: un’attività che continuo a portare avanti con l’obiettivo di costruire un dialogo costante tra università e scuola, affinché l’innovazione educativa possa tradursi in pratiche concrete capaci di migliorare l’esperienza di apprendimento degli studenti. Ancora oggi potrei asserire che porto con me l’habitus dell’insegnante: il mio sguardo sulla ricerca continua a essere influenzato dall’esperienza maturata nelle aule scolastiche. Le domande che guidano il mio lavoro scientifico nascono spesso dall’osservazione diretta. Per questo considero ricerca e insegnamento non come ambiti separati, ma come dimensioni che si arricchiscono reciprocamente.

Quali sono stati i tuoi studi, poi pubblicati?
Nel corso degli anni la mia attività scientifica si è sviluppata lungo diverse linee di ricerca. Una delle principali riguarda la robotica educativa, che ho studiato sia come strumento per promuovere l’apprendimento delle discipline STEM sia come opportunità per sviluppare competenze trasversali e funzioni esecutive. Su questi temi ho collaborato con gruppi di ricerca italiani e internazionali, in particolare con il Laboratorio Media e MINT della SUPSI – Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana, con cui ho svolto attività di ricerca sul campo nelle scuole ticinesi. Un secondo filone riguarda il rapporto tra tecnologie digitali e processi cognitivi. Ho lavorato sulla progettazione e valutazione di videogiochi educativi, strumenti gamificati e ambienti digitali finalizzati allo sviluppo del problem solving e delle funzioni esecutive. Negli ultimi anni ho inoltre approfondito i temi dell’intelligenza artificiale nei contesti inclusivi, interrogandomi sul loro potenziale nel supportare studenti e docenti e nel favorire percorsi educativi sempre più personalizzati e accessibili.
Col progetto nazionale Prin Talented hai potuto sviluppare nuove conoscenze.
Mi sono occupata di dispersione scolastica, efficacia dell’insegnamento e innovazione didattica, contribuendo a studi che hanno analizzato le percezioni di studenti, famiglie e insegnanti e individuato strategie per contrastare il fenomeno dell’abbandono scolastico. Questi percorsi di ricerca hanno dato origine a numerose pubblicazioni scientifiche in riviste nazionali e internazionali, realizzate in collaborazione con studiosi italiani e stranieri.
C’è un lavoro a cui sei particolarmente legata?
Tra i lavori a cui sono particolarmente legata vi è la mia monografia pubblicata da UniCapress nel 2025 dal titolo “Robotica educativa e funzioni esecutive. Fondamenti teorici, traiettorie di ricerca e orientamenti didattici”. Nella monografia ho raccolto e sistematizzato diversi anni di ricerca sul rapporto tra robotica educativa e potenziamento cognitivo. Più recentemente è stato pubblicato il volume divulgativo dal titolo “Compendio di strategie e strumenti per l’innovazione didattica”, nato con l’obiettivo di offrire a insegnanti e formatori strumenti concreti per affrontare le sfide educative contemporanee. Entrambi i volumi sono liberamente accessibili online, credo fortemente nella diffusione aperta della conoscenza e nella possibilità che la ricerca possa diventare una risorsa concreta per chi opera ogni giorno nei contesti educativi.

Credi siano temi molto distanti dal mondo sociale? O lo influenzano quotidianamente?
Non considero questi temi lontani dal mondo sociale, anzi. La scuola è uno dei principali luoghi in cui si costruisce il futuro di una comunità e tutto ciò che riguarda l’apprendimento, l’inclusione e l’innovazione educativa ha inevitabilmente una ricaduta sociale. Quando studiamo come migliorare la didattica, come utilizzare in modo consapevole le tecnologie o come contrastare fenomeni complessi come la dispersione scolastica, non stiamo intervenendo soltanto sui processi di insegnamento, ma sulle opportunità che ogni persona avrà nel corso della propria vita. Dietro ogni ricerca educativa ci sono questioni che riguardano l’equità, la partecipazione, il diritto allo studio e la possibilità per ciascuno di sviluppare il proprio potenziale. Per questo motivo ho sempre cercato di costruire una ricerca strettamente situata nei contesti reali. Che si tratti di robotica educativa, intelligenza artificiale, tecnologie inclusive o contrasto alla dispersione scolastica, il mio interesse non è rivolto alla tecnologia in sé, ma a come essa possa contribuire a migliorare i processi educativi e a rendere la scuola un ambiente più inclusivo, partecipativo e capace di rispondere ai bisogni delle persone.
Di recente hai ricevuto alcuni riconoscimenti: di cosa si tratta?
Sì, nel 2025 ho avuto la gioia di ricevere due riconoscimenti che considero particolarmente significativi per il mio percorso di ricerca. Il primo è il “Premio Gattullo 2024” della Società Italiana di Ricerca Didattica (SIRD), assegnato a uno studio dedicato al Robotics Interest Questionnaire (RIQ), uno strumento utile a rilevare e comprendere meglio i fattori chiave coinvolti nell’insegnamento della robotica educativa come, ad esempio, l’autoefficacia dei docenti, l’interesse per le discipline STEM, la collaborazione e il problem solving. Il secondo è il Premio “SIREM Giovani Ricercatori”, conferito a me per un lavoro nato dalla collaborazione con la Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana (SUPSI), nel quale sono state indagate le potenzialità della robotica educativa per il potenziamento delle funzioni esecutive degli studenti del Canton Ticino. Si tratta di una ricerca che unisce innovazione didattica, inclusione e sperimentazione sul campo, aspetti che rappresentano alcuni dei temi centrali del mio percorso scientifico. Al di là del prestigio dei premi, ciò che li rende particolarmente importanti per me è il fatto che valorizzano ricerche nate dal dialogo costante tra università e scuola. Sono studi che non rimangono confinati alla dimensione accademica, ma cercano di offrire strumenti, dati e riflessioni utili a insegnanti, educatori e contesti educativi reali.
Cosa vuol dire ricevere dei riconoscimenti?
Quando si fa ricerca si trascorrono anni a studiare, raccogliere dati, confrontarsi con la letteratura scientifica, sottoporre i propri lavori alla valutazione di colleghi e revisori. È un percorso fatto anche di dubbi, revisioni e continue rielaborazioni. Per questo motivo ricevere un riconoscimento da parte della comunità scientifica rappresenta sempre qualcosa di speciale. Non posso dire che me lo aspettassi. Chi fa ricerca impara presto a non dare nulla per scontato. Ho accolto questi premi con grande felicità, ma soprattutto come un incoraggiamento a proseguire un percorso che richiede passione, costanza e senso di responsabilità. Più che come un risultato individuale, li vivo come il frutto di un lavoro condiviso. Dietro ogni articolo, ogni progetto e ogni esperienza di ricerca ci sono relazioni professionali e umane che fanno la differenza: i miei docenti, i colleghi con cui collaboro, gli studenti e gli insegnanti che partecipano alle ricerche, le scuole che aprono le loro porte alla sperimentazione. A tutti loro va la mia gratitudine. Credo che il valore più grande di questi riconoscimenti sia quello di ricordarmi che la ricerca educativa può avere un impatto concreto sulla scuola e sulle persone. Ed è proprio questa consapevolezza che continua a motivarmi ogni giorno.

Ora sei anche professoressa a contratto di Processi di innovazione nella didattica e nell’educazione e docente nei laboratori di Didattica speciale. Che tipo di rapporto cerchi di instaurare con i tuoi studenti?
Cerco di instaurare un rapporto autentico, basato sul rispetto reciproco, sull’ascolto e sulla condivisione. Mi considero molto fortunata perché lavoro con studenti che, nella maggior parte dei casi, hanno scelto di intraprendere una professione ad alta responsabilità educativa e sociale. Per questo sento il dovere non solo di trasmettere conoscenze ma anche di accompagnarli nella costruzione della loro identità professionale. Probabilmente il fatto di provenire dalla scuola e di aver maturato la mia esperienza prima come insegnante e poi come ricercatrice influenza profondamente il mio modo di insegnare all’università. Cerco sempre di creare un ponte tra teoria e pratica, mostrando come i modelli pedagogici, le metodologie didattiche e le innovazioni tecnologiche possano tradursi in scelte concrete all’interno delle aule e dei contesti educativi. Mi piace che le lezioni diventino spazi di confronto e di riflessione condivisa, nei quali gli studenti possano porre domande, esprimere dubbi, mettere in discussione idee e costruire progressivamente il proprio pensiero professionale. In fondo, ciò che spero di lasciare ai miei studenti è la stessa curiosità che continua a guidare il mio lavoro: la consapevolezza che insegnare significa continuare a imparare e che la didattica non è un insieme di ricette da applicare, ma una pratica riflessiva che richiede osservazione, studio, sperimentazione e capacità di interrogarsi continuamente su ciò che accade nei contesti.
Sei stata anche all’estero: che insegnamenti hai tratto da quelle esperienze?
Le esperienze internazionali hanno avuto un ruolo determinante nel mio percorso, non solo dal punto di vista accademico, ma anche umano. Ognuna di esse mi ha lasciato un insegnamento diverso e ha contribuito a costruire il mio modo di guardare al mondo e all’educazione. L’esperienza Erasmus in Turchia è stata la prima vera occasione di confronto con una cultura profondamente diversa dalla mia. Vivere a Istanbul e Adana per circa un anno, studiare in un’altra lingua e immergermi nella quotidianità del contesto turco mi ha insegnato il valore dell’interculturalità, dell’adattamento e dell’ascolto. In Brasile ho avuto l’opportunità di svolgere una ricerca sull’etnomatematica presso l’Universidade Federal de São Paulo. È stata un’esperienza che ha cambiato profondamente il mio modo di concepire l’insegnamento della matematica, mostrandomi come il sapere non sia mai neutrale o astratto, ma profondamente intrecciato alla storia, alla cultura e alle pratiche sociali delle comunità. Da allora porto con me la convinzione che educare significhi anche valorizzare i contesti e le identità delle persone. Più recentemente, durante il dottorato, ho trascorso diversi mesi presso la SUPSI in Svizzera, collaborando con il laboratorio Media e MINT e con il centro di competenza BESS. In questi contesti ho avuto la possibilità di confrontarmi con ricercatori provenienti da discipline diverse e di partecipare a sperimentazioni sul campo legate alla robotica educativa, alle tecnologie didattiche e all’inclusione scolastica. È stata un’esperienza che mi ha fatto comprendere quanto la ricerca cresca attraverso il confronto internazionale e la contaminazione tra prospettive differenti.
Quindi non esiste un unico modo di fare scuola e di insegnare.
Esatto. Esistono molteplici prospettive che meritano di essere conosciute, comprese e messe in dialogo. Sul piano professionale mi hanno aiutata, quindi, a sviluppare uno sguardo più aperto e internazionale sui processi educativi. Sul piano umano, invece, mi hanno insegnato il valore dell’incontro con l’altro. Vivere e studiare in contesti culturali differenti mi ha reso più disponibile all’ascolto, al confronto e alla costruzione di relazioni autentiche con persone che avevano storie, abitudini e visioni del mondo diverse dalle mie. A pensarci bene, forse l’insegnamento più importante che porto sempre con me è proprio questo: comprendere che il dialogo con ciò che è diverso da noi non rappresenta una minaccia ma una delle più grandi occasioni di apprendimento che possiamo incontrare nella vita.
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