Il tema della cittadinanza italiana agli stranieri continua a essere molto caldo. I venti della discussione su cui soffia la politica, italiana e internazionale, spesso mischia terreni differenti dove si scontrano le opinioni delle persone comuni. Victoria Karam ha origini brasiliane ma è nata a Salerno e cresciuta a Vicenza. Si è scontrata lei, come tanti altri, coi pregiudizi e l’odio di una società sempre più intollerante e sempre meno portata all’ascolto e alla comprensione dell’altro.
È ideatrice e curatrice del progetto “Volti Italiani”, che con lo storytelling civile racconta le storie di chi vive in Italia senza cittadinanza o ha dovuto lottare a lungo per ottenerla, per superare stereotipi e rimettere al centro le persone. E, dialogando, prova a spiegare quanto sia importante una riforma per le tante persone chiamano “casa” l’Italia senza poter essere ancora riconosciute come cittadine.
Un giorno hai deciso di raccontare i “Volti italiani” in un libro. Qual è il primo volto della tua vita?
Il primo volto della mia vita che mi viene in mente è sicuramente quello di mia madre. Una persona per me fondamentale. Nel senso che è una donna che mi ha avuta a 21 anni, che mi ha cresciuta da sola e ha deciso di rimanere in Italia anche dopo la separazione da mio papà, nonostante fosse molto giovane. Aveva 27 anni e una figlia di sei. Credeva che qui la mia istruzione sarebbe stata migliore, che avrei vissuto una vita più più serena. Mi ha insegnato cosa vuol dire essere una donna indipendente, ambiziosa, capace di badare a se stessa. Una donna che non abbassa mai la testa di fronte a giudizi e pregiudizi. Sicuramente è il punto di riferimento della mia vita.
Nata in Italia da genitori brasiliani, ma hai ottenuto la cittadinanza italiana solo a 22 anni compiuti. Cosa ha significato, a livello personale, vivere per tanto tempo in un limbo giuridico?
Vivere in un paese dove non si è riconosciuti per quello che si è, è molto frustrante. Perché banalmente frequenti le scuole, nel mio caso poi ho fatto pattinaggio artistico per più di un decennio a livello anche professionistico. Ma non ero italiana. Quando bisognava andare a votare all’ultimo anno di liceo, io non potevo andare. Banalmente per me fare un viaggio era sempre molto più complicato, così come le gite. Insomma ti senti uguale a tutti nella maggior parte delle situazioni della vita, ma non abbastanza uguale da poter fare tutto con le persone con cui condividi poi la quotidianità. Quindi è sia frustrante e sia profondamente sbagliato. Non c’è niente di più potente di una persona che decide di investire in questo paese, di rimanere, di costruire una famiglia, di lavorare, pagare le tasse. Credo sia un problema grande quando la legge non è in grado di riconoscere la realtà di tante vite.

Dopo l’esito del referendum sulla cittadinanza dello scorso anno, molti hanno parlato di “fallimento”. Secondo te perché c’è così tanta paura nei confronti di ragazzi e ragazze che chiedono soltanto un diritto?
Io in realtà non credo sia stato un fallimento. Credo non sia andato come speravamo. Sicuramente abbiamo capito che è un tema che fa paura perché la comunicazione politica cerca in tutti modi, ovviamente per convenienza, di non essere chiara. Mischia il tema della cittadinanza con il tema dell’immigrazione, soprattutto irregolare. Con l’insicurezza. Con appunto questo senso di pericolo. Se vediamo i titoli di giornale nelle città italiane, capiamo subito che la sicurezza è la principale preoccupazione delle persone. Nonostante poi i numeri ci indichino che non c’è questa urgenza. Sembra che siamo un paese invaso da persone che professano la religione musulmana. Se poi vaia vedere i numeri, stiamo parlando del 4% degli italiani. Per cui stiamo evidentemente parlando di molte meno persone di quello che ci vogliono far credere.
Oltre la paura però ci sono gli effetti dell’integrazione.
Non c’è nessuno che vuole sottolineare quelli che sono gli effetti positivi di una politica di integrazione che accoglie gli immigrati regolari in Italia. Ma soprattutto anche di riconoscimento di chi non ha necessità di integrarsi perché appartiene già a questo paese, perché ci nasce e ci cresce sin dai primi anni della vita.
Hai scelto di andare avanti. Un libro, impegno sociale, impegno politico: che contributo vorresti lasciare alle presenti e alle future generazioni?
Ho deciso di andare avanti proprio perché io il referendum sulla cittadinanza non l’ho visto come un fallimento, ma l’ho visto come un punto di partenza. Tantissime battaglie per i diritti civili non si sono vinte al primo tentativo. Io credo che questa sia una battaglia giusta che vada portata avanti proprio perché ci sono tantissime persone che ancora non si vedono riconoscere un diritto che invece spetterebbe loro. La porto avanti perché sento una grande responsabilità nel provare a parlare del tema in modo diverso. I numeri sono importanti, ma non dimentichiamoci che dietro i numeri ci sono delle vite. Quindi è giusto che le persone inizino a conoscere quelle storie e non a ignorarle.
Guardando al futuro, cosa ti aspetti – o cosa chiedi – dalla politica italiana su questo tema, dopo un referendum che pur non avendo raggiunto il quorum ha comunque raccolto oltre dieci milioni di voti favorevoli?
Le richieste sono quelle del referendum e non solo. Portare il riconoscimento della cittadinanza a persone che vivono nel nostro paese da 10 a 5 anni continuativi. Sono persone che per ottenere la cittadinanza devono non aver commesso reati. Devono parlare in italiano con un livello di lingua molto buono e devono avere un reddito che sia considerato sufficiente per lo Stato. Questi criteri non devono cambiare. Parliamo di persone che sono sul nostro territorio da molti anni, che hanno un lavoro e che si sono sempre comportate bene. Nel mio caso, aspettare 22 anni per essere riconosciuta italiana credo sia stato assurdo e profondamente sbagliato. Vorrei fosse molto chiara la distinzione su che cos’è la cittadinanza e perché in qualche modo chiediamo una riforma. Infine per i bambini io credo fortemente nello ius scholae che permette alla conclusione di un ciclo scolastico di essere riconosciuti come bambini/e italiani/e.

Sottolinei spesso che il dibattito sulla cittadinanza viene erroneamente accostato a quello sull’immigrazione irregolare. Puoi spiegare questa distinzione, perché genera così tanta confusione nel discorso pubblico?
Sono fenomeni molto diversi. L’immigrazione irregolare è un fenomeno che va assolutamente governato. Però se ci fermiamo a riflettere, credo che oggi sia molto difficile arrivare in questo paese in maniera regolare e quindi forse dovremmo anche interrogarci su quali sono le alternative che offriamo. Come paese credo ce ne siano molte poche. E poi, quali sono le politiche di integrazione che mettiamo in campo una volta che queste persone irregolari arrivano nel nostro paese? Qui scopriremo che ce ne sono ancora meno: non ci sono corsi di lingua, non c’è un accompagnamento verso il mondo del lavoro, non c’è un sostegno nel riuscire a trovare un un’abitazione che sia in qualche modo economicamente sopportabile. Quindi poi ci stupiamo che la microcriminalità venga commessa principalmente da immigrati irregolari quando forse dovremmo anche fermarci un attimo a riflettere su quelli che sono gli strumenti che noi offriamo affinché non facciano questo tipo di di azioni. Questo non vuol dire che io non sia fermamente convinta del principio che chi sbaglia, paga. Ad ogni azione corrisponde sempre una conseguenza. Ci sono già i rimpatri e sono fondamentali perché lo Stato deve avere uno strumento attraverso il quale allontanare una persona che in Italia non si comporta bene e non rispetta le regole. Penso però che tutta la dialettica e la narrazione che la politica sta portando avanti in questo momento storico sia in Europa che in Italia sia completamente sbagliata, perché non riflette la realtà.
Gli Ex Otago cantano “ci vuole molto coraggio, ad avere coraggio”. Tu dove hai trovato il tuo?
Non mi definirei una persona coraggiosa. Mi definirei una persona che ha sentito la responsabilità di metterci la faccia e di provare a produrre un cambiamento. Nel mio piccolo è quello che cerco di fare ogni giorno. Credo sia giusto e doveroso dare voce a quelle persone che oggi non non possono votare, nonostante vivano in Italia da tanti anni e che non si sentono tantomeno rappresentate. Se ci pensiamo, in Parlamento la rappresentanza degli italiani con background migratorio è pari praticamente a zero. Cercare di dare voce a 5 milioni di italiani che sono qui e a 1.300.000 ragazzi di seconda generazione credo che sia molto importante. Io il mio piccolo provo a farlo raccontando la loro vita.
Qual è il tuo rapporto con la Sardegna? Come ti sei trovata qui?
Il mio rapporto con la Sardegna è meraviglioso. Io ho i miei zii che hanno una casa a Stintino, quindi ci vengo da moltissimi anni. E’ una terra che amo follemente. Ma devo dire che, dopo esser stata ospite un mese fa in evento alla Basilica di Saccargia, ancora di più. Ho sentito un abbraccio e un’accoglienza, un’ospitalità e un affetto incredibile. Sono stata veramente bene. Mi è piaciuto tantissimo e il posto era pazzesco. Sono molto grata per questa opportunità e spero che non sia la prima e l’ultima volta, che le nostre strade si incrocino ancora perché è stata davvero un’esperienza che porto nel cuore.
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