Notizie Approfondimenti Sardegna, dove il mito diventa leggenda: le narrazioni che raccontano l’Isola

Sardegna, dove il mito diventa leggenda: le narrazioni che raccontano l’Isola

Accanto alla storia documentata esiste un’altra Sardegna, quella delle leggende tramandate oralmente

La Sardegna è un’isola in cui il passato sembra non essere mai davvero passato. Nuraghi, tombe scavate nella roccia, pozzi sacri e monumenti megalitici costellano il territorio e raccontano di civiltà vissute migliaia di anni fa. Ma accanto alla storia documentata esiste un’altra Sardegna, quella delle leggende tramandate oralmente: fate, giganti, tesori nascosti, figure misteriose e mondi sotterranei. È proprio nell’incontro tra archeologia e tradizione popolare che nasce uno degli aspetti più affascinanti dell’identità dell’isola.

Le Janas, le fate delle pietre

Tra le leggende più celebri ci sono quelle delle Janas, piccole creature femminili che, secondo la tradizione, abitavano nelle rocce e custodivano tesori. La leggenda è legata alle Domus de Janas, migliaia di tombe ipogeiche scavate nella roccia durante la preistoria. Il nome significa letteralmente “case delle fate”, ma la loro funzione originaria era funeraria. Gli ambienti interni, tuttavia, riproducono spesso elementi delle abitazioni dei vivi: porte, pareti, pilastri e decorazioni. È possibile che proprio questa caratteristica abbia contribuito, nei secoli, alla nascita della tradizione secondo cui quelle cavità fossero vere abitazioni di creature magiche. Nel 2025, la tradizione funeraria delle Domus de Janas è stata riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio Mondiale attraverso un sistema di 17 siti rappresentativi.

I giganti e i monumenti della civiltà nuragica

I nuraghi sono forse il simbolo più riconoscibile della Sardegna. Queste imponenti costruzioni in pietra, risalenti principalmente all’Età del Bronzo, erano già antichissime quando le comunità sarde di epoche successive le osservavano nel paesaggio. La loro origine remota ha alimentato racconti di giganti capaci di costruire opere tanto grandi da sembrare impossibili per gli uomini comuni. Lo stesso immaginario ha dato il nome alle cosiddette “Tombe dei Giganti”, monumenti funerari della civiltà nuragica caratterizzati da una lunga camera sepolcrale e da una grande esedra semicircolare. Non si tratta, naturalmente, di tombe appartenute a esseri giganteschi: il termine è legato alla tradizione popolare e alla percezione monumentale di queste strutture.

Sardus Pater, il padre dell’isola

Tra mito e storia si colloca anche la figura del Sardus Pater, una delle più antiche tradizioni legate all’origine della Sardegna. Alcuni autori classici raccontano di Sardus come di un eroe arrivato nell’isola dall’Africa e collegato alla figura di Eracle. La tradizione lo trasformò in una sorta di progenitore mitico dei Sardi, al punto che il suo nome venne associato all’identità stessa dell’isola. Il racconto mostra una caratteristica tipica del mondo antico: i miti sulle origini non servivano soltanto a spiegare il passato, ma anche a costruire l’identità di un popolo e il suo rapporto con il territorio e con il Mediterraneo.

I pozzi sacri e il mistero dell’acqua

Un’altra pagina affascinante della Sardegna nuragica è rappresentata dai pozzi sacri. Queste strutture, costruite per raggiungere le falde acquifere, possiedono spesso architetture elaborate e suggestive. Il loro significato esatto rimane in parte discusso, ma la presenza dell’acqua, elemento fondamentale per le comunità antiche, fa pensare anche a una dimensione rituale. Nel corso dei secoli questi luoghi hanno assunto un’aura quasi magica, alimentata dalla loro architettura sotterranea, dalla luce che penetra nelle strutture e dal rapporto con i cicli naturali. Ancora una volta, il paesaggio archeologico diventa terreno fertile per la leggenda.

S’Accabadora, la figura più controversa

Tra le storie più inquietanti della tradizione sarda c’è quella di s’Accabadora, una donna che secondo alcuni racconti avrebbe avuto il compito di porre fine alle sofferenze dei malati in fin di vita. La figura è diventata parte dell’immaginario dell’isola, ma la sua reale diffusione storica e le modalità con cui sarebbe stata praticata sono ancora oggetto di discussione. Per questo è importante evitare di presentarla come una pratica universalmente documentata della società sarda. La leggenda conserva però un forte valore antropologico: attraverso questa figura la tradizione racconta il rapporto con la morte, con la sofferenza e con il difficile confine tra accompagnare una persona alla fine e provocarne la morte.

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