Regista, illustratrice e direttrice artistica, Carolina Melis ha costruito negli anni un percorso professionale legato all’arte e alla creatività, lavorando anche all’estero e collaborando con realtà come Mtv e Bbc. Tra i suoi progetti più recenti si segnala Kubikino, mentre nel 2023 il suo film S’Ozzastru è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma.
Un esperienza a 360 gradi nel mondo dell’arte, che porta Melis a confrontarsi anche con il dibattito sulla street art e sull’utilizzo dello spazio pubblico. In un post pubblicato di recente sui social, l’artista ha infatti espresso alcune riflessioni sulle ultime opere di Manu Invisible, artista cagliaritano che negli ultimi mesi ha realizzato diversi graffiti in spazi pubblici, suscitando anche critiche e perplessità tra alcuni residenti.
“Una parete pubblica non è una tela privata”
Al centro della riflessione di Melis c’è soprattutto il tema della responsabilità dell’artista quando interviene in luoghi condivisi.
“C’è un punto che, quando si parla di street art, secondo me viene spesso lasciato sullo sfondo: la responsabilità di occupare uno spazio pubblico” afferma.
“Una parete pubblica non è una tela privata. Dipingerla significa entrare nel paesaggio quotidiano di tutti, modificarlo, imporre un’immagine, una frase, un segno a persone che non hanno scelto di vederlo. Ed è proprio per questo che la street art può essere potente. Ma quella stessa potenza comporta una responsabilità”.
Una premessa che introduce la critica dell’artista alle ultime opere realizzate da Manu Invisible, caratterizzate anche da giochi di parole costruiti sui nomi di grandi marchi.
I giochi di parole
Melis cita in particolare la trasformazione di “Mulino Bianco” in “Mulinu Becciu”, inserendo il fenomeno all’interno di una riflessione più ampia sul significato di interventi che vengono ripetuti e lasciati permanentemente nello spazio urbano.
“Alcuni possono far sorridere per mezzo secondo, altri per nulla. Il problema, per me, non è neppure stabilire se siano divertenti o riusciti. È chiedersi: che cosa giustifica la loro presenza, ripetuta e permanente, sui muri della città?“.
Da qui una serie di interrogativi sul messaggio che queste opere intendono trasmettere. “Qual è il messaggio nel prendere un grande marchio e trasformarlo attraverso un gioco di parole? È una critica al capitalismo, alla pubblicità, al consumo? È parodia? È semplice esercizio linguistico? Perché, se il risultato si limita alla battuta, la sproporzione tra il gesto e il contenuto mi sembra evidente: per una frase che potrebbe vivere benissimo in un Jpeg, in una story o in un post cancellabile con un click, si sceglie invece di occupare uno spazio fisico condiviso.”
Street art e spazio di tutti
La riflessione si sposta quindi sul rapporto tra libertà artistica e spazio pubblico. Secondo Melis, la possibilità di intervenire liberamente attraverso la street art dovrebbe essere accompagnata dall’accettazione del giudizio da parte di chi quello spazio lo vive quotidianamente.
“E qui, secondo me, sta la questione. La libertà della street art non dovrebbe trasformarsi automaticamente in un diritto di appropriazione. Né il muro pubblico dovrebbe diventare una forma di autopromozione permanente dell’artista. Se scegli di intervenire nello spazio di tutti, accetti anche che tutti possano giudicare quell’intervento: apprezzarlo, criticarlo, trovarlo necessario oppure invadente”.
Un ragionamento che Melis conclude con una provocazione rivolta direttamente a Manu Invisible: “A Manu Invisible suggerirei, almeno una volta, di fare il contrario: metterci la faccia – e non la maschera – e dipingere una parete di bianco. Restituire uno spazio invece di occuparlo. Cancellare il proprio segno invece di moltiplicarlo”.
E conclude: “Forse, in una città sempre più satura di immagini, firme, messaggi e promozione, il muro vuoto potrebbe essere l’opera più provocatoria di tutte”.
Leggi le altre notizie su www.cagliaripad.it






