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Medici, nel 2025 più dimissioni che pensionamenti: Sardegna tra i casi più critici

Nel 2025 oltre 3.700 medici hanno lasciato volontariamente il Servizio sanitario nazionale, il 150% in più rispetto all'anno precedente. In Sardegna i dimissionari sono da 2,4 a 3,3 volte i pensionati

Il 2025 segna un punto di svolta per il personale medico del Servizio sanitario nazionale. Per la prima volta nell’ultimo decennio, infatti, il numero delle dimissioni volontarie ha superato quello dei pensionamenti: sono stati 3.767 i medici che hanno scelto di lasciare il Ssn, contro i 2.876 che hanno raggiunto i requisiti per il pensionamento.

Il dato emerge dall’analisi decennale realizzata dal Centro Studi Anaao Assomed sulla base dei dati Onaosi, Conto annuale dello Stato e Mef. Rispetto alle 1.503 dimissioni registrate nel 2024, l’incremento nel giro di un anno è stato del 150%.

Nel 2025 le dimissioni hanno così raggiunto il 3,5% dell’intero personale medico in servizio, una quota che, secondo l’Anaao Assomed, non era mai stata raggiunta neppure nei periodi più difficili della pandemia.

Sardegna tra le regioni più esposte

Il fenomeno riguarda l’intero territorio nazionale, ma presenta differenze significative tra le regioni. In 12 regioni su 20, nel corso del 2025, i medici che hanno lasciato volontariamente il Servizio sanitario sono stati più numerosi di quelli andati in pensione.

Tra le situazioni considerate più marcate dallo studio figura anche la Sardegna, insieme a Lazio, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia. In queste realtà il numero dei medici dimissionari risulta compreso tra 2,4 e 3,3 volte quello dei pensionati.

Il dato fotografa quindi una dinamica nella quale una parte consistente delle uscite dal sistema sanitario pubblico non è legata al naturale ricambio determinato dal raggiungimento dell’età pensionabile.

Per 100 assunti, 43 si dimettono

La pressione sugli organici emerge anche dal confronto tra ingressi e uscite. Secondo l’analisi Anaao, nel 2025, per ogni 100 medici assunti a tempo indeterminato, 43 hanno successivamente rassegnato le dimissioni, mentre le uscite complessive dal sistema pubblico, considerando pensionamenti e altre cause, sono state 77.

A lasciare il Ssn non sono quindi soltanto professionisti prossimi alla pensione. Secondo i dati elaborati dall’associazione, l’età media dei medici che si dimettono si aggira intorno ai 48 anni, quindi in una fase ancora pienamente attiva della carriera professionale.

Per l’Anaao Assomed, il fenomeno sarebbe collegato a una combinazione di fattori: carichi di lavoro elevati, turni impegnativi, condizioni economiche ritenute poco competitive rispetto ad altri Paesi europei, burocrazia, aggressioni e difficoltà organizzative.

Il ricambio generazionale

Lo studio evidenzia però anche un altro elemento: negli ultimi anni il sistema sanitario ha iniziato un processo di ricambio generazionale.

Tra il 2015 e il 2024 l’età media dei medici ospedalieri si è ridotta di 2 anni e 7 mesi tra gli uomini e 2 anni e 4 mesi tra le donne. Nello stesso periodo, la consistenza complessiva degli organici è aumentata del 2,7%, passando da 105.380 a 108.243 unità.

Un ruolo importante, secondo Anaao Assomed, è stato svolto dal Decreto Calabria, che tra il 2019 e il 2025 avrebbe consentito l’ingresso nel sistema di quasi 10mila giovani medici, arrivando a rappresentare fino al 43% delle assunzioni a tempo determinato.

Il problema, secondo il sindacato medico, è che l’incremento degli ingressi rischia di essere compensato dalle dimissioni di professionisti già formati ed esperti.

Il divario tra Nord e Mezzogiorno

L’analisi fotografa inoltre una persistente differenza territoriale nella distribuzione dei medici ospedalieri.

Nel decennio considerato, il Centro-Nord ha registrato un saldo positivo di 4.029 medici, pari a un aumento del 5,9%. Il Mezzogiorno, invece, ha perso complessivamente 1.166 professionisti, con una riduzione del 3,1%.

Le diminuzioni più consistenti vengono indicate in Basilicata (-24,6%), Molise (-17,2%), Valle d’Aosta (-14,2%) e Calabria (-12,6%). Un andamento che, secondo Anaao Assomed, rende necessario intervenire sulla distribuzione territoriale del personale e sulla capacità delle strutture più periferiche di attrarre e trattenere professionisti.

“Un vero e proprio esodo”

Il segretario nazionale di Anaao Assomed Pierino Di Silverio interpreta i numeri come un segnale di forte sofferenza del sistema.

“Non si tratta di una fisiologica mobilità professionale, ma di un vero e proprio esodo, guidato da turni massacranti, stipendi non allineati all’Europa, condizioni di lavoro al limite del burnout, carichi burocratici insostenibili e aggressioni nei reparti” spiega il sindacalista. “A lasciare non sono i medici a fine carriera, ma professionisti nel pieno della maturità clinica, con un’età media intorno ai 48 anni. Il paradosso è evidente: a fronte di un ricambio generazionale avviato con successo grazie al Decreto Calabria oggi si rischia di vanificare tutto”.

Per affrontare il fenomeno, Anaao Assomed propone un piano straordinario in dieci punti. Tra le richieste figurano la stabilizzazione del Decreto Calabria e una revisione del percorso di formazione specialistica, il superamento del tetto di spesa per il personale e il rafforzamento delle retribuzioni attraverso la detassazione del salario accessorio, il potenziamento dell’indennità di specificità e rinnovi contrattuali più tempestivi.

L’organizzazione chiede inoltre una riforma della responsabilità professionale, maggiori misure di sicurezza negli ospedali e nei pronto soccorso, interventi per tutelare riposi e genitorialità e strumenti di welfare più adeguati. Sul fronte territoriale vengono proposti incentivi economici e di carriera per le sedi disagiate e per il Mezzogiorno, insieme a un osservatorio nazionale permanente sulle dimissioni che analizzi le motivazioni e le destinazioni dei professionisti.

Completano il pacchetto una riforma della professione, orientata a maggiore flessibilità e riconoscimento professionale, e un concetto più ampio di sicurezza sul lavoro, comprendente anche la sostenibilità psicofisica, la stabilità contrattuale e la valorizzazione delle carriere.

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