In Evidenza Roberto Zorcolo: “Lo sport mi ha permesso di abbattere diverse barriere”

Roberto Zorcolo: “Lo sport mi ha permesso di abbattere diverse barriere”

Roberto Zorcolo, attraverso lo sport, ha costruito una filosofia del benessere che va ben oltre l'allenamento. Un percorso, con tutte le sue curve, che è diventato per molti un esempio

Ci sono persone che scelgono lo sport. E poi ci sono persone per cui, a un certo punto, è lo sport a scegliere loro. Per Roberto Zorcolo non è mai stata soltanto una questione di allenamenti, risultati o forma fisica. È qualcosa che ha a che fare con il modo in cui si cade. E, soprattutto, con quello in cui si decide di tornare in piedi.

La sua storia passa attraverso momenti in cui tutto sembra andare nella direzione giusta e altri in cui la strada improvvisamente si interrompe. Ci sono le difficoltà, gli errori, le gioie, le ripartenze. È forse proprio qui che ha costruito, nel tempo, il rispetto di tante persone. Non nell’idea di essere invincibile, ma nella capacità di mostrare che si può perdere l’equilibrio ma lo si può anche ritrovare senza perdere necessariamente la propria direzione.

Attorno allo sport ha costruito una filosofia del benessere che va ben oltre l’allenamento. E il suo percorso, con tutte le sue curve, è diventato per molti un esempio da osservare e, qualche volta, da seguire. Ma dietro l’immagine pubblica, dietro la determinazione e la forza che gli vengono riconosciute, c’è inevitabilmente una storia da raccontare.

Se ti dico “Cagliari”, qual è la prima cosa che ti viene in mente? 

Mi viene in mente dove sono nato e cresciuto: la Marina, piazza Costituzione. Ma soprattutto mi viene in mente babbo. La domenica facevamo lunghe passeggiate a piedi, spesso in silenzio, per le vie del centro storico. Ricordo quei profumi, quel chiacchiericcio da finestra a finestra. Se mi dici Cagliari, penso al mio quartiere, ma ancora di più a mio padre.

Lo sport è diventato parte integrante della tua vita.

Da bambino, con un’asma grave, fare sport non era qualcosa di scontato. Il mio percorso è passato attraverso tanti piccoli obiettivi: fare kickboxing, correre una mezza maratona alla Cagliari Respira e poi, piano piano, affrontare traguardi più impegnativi, fino agli Ironman. Lo sport mi ha permesso anche di vincere diverse paure. Una era quella di viaggiare, di allontanarmi dai miei punti di riferimento per via della mia patologia, come racconto nel primo libro. Attraverso lo sport ho abbattuto quelle barriere, ho scoperto nuove città e sono arrivato persino a gareggiare a Taiwan. Mi ha dato la possibilità di fare esperienze che prima, per paura, mi sarei negato.

Quali sono stati gli ostacoli vissuti, quali le cadute e come ti sei rialzato?

L’asma nell’infanzia, la depressione, gli infortuni e le difficoltà personali. Ho conosciuto momenti in cui ripartire sembrava molto più difficile che affrontare una gara. Qualche volta ho pensato di non riuscire più a rialzarmi. Ma conservavo il desiderio di riprendere a fare sport, perché per me lo sport è vita, è salute. È stato un sostegno importante, insieme agli affetti e alla disponibilità a farmi aiutare. Ho imparato a ricominciare da quello che riuscivo a fare in quel momento. Poi, piano piano, si costruisce tutto il resto.

Massimiliano Medda, per fare un esempio, e tante altre persone ti han detto grazie per averli spinti verso lo sport e oltre i loro limiti: che sentimento ti suscita?

Diciamo che Massi non ha certamente bisogno del sottoscritto: è una macchina da guerra già da solo. Però mi ha fatto piacere, e mi fa piacere tuttora, condividere con lui queste avventure sportive. Prima un po’ di più, perché adesso «si stari ammandronendi»! (ride, nda). Diciamo che i molteplici impegni con la compagnia Lapola gli danno anche un’ottima scusa per mollare un pochino, ma ci sta, siamo giovani ci sarà tempo per recuperare. Scherzi a parte, riuscire a coinvolgere gli amici mi fa sempre molto piacere e sapere di aver dato a qualcuno la spinta per cominciare o per affrontare qualcosa che credeva fuori dalla propria portata è una bella soddisfazione. Poi la fatica la fanno loro: io, al massimo, rompo un po’ le balle!

Davvero “Tutto è possibile”?

Per me quel titolo è un invito a concedersi una possibilità. Ci sono limiti reali, difficoltà e risultati che non dipendono soltanto dalla volontà o da un semplice titolo come “Tutto è possibile”. Ma spesso decidiamo di non poter fare qualcosa prima ancora di provarci. Il bambino asmatico che ero avrebbe fatto fatica a immaginarsi al traguardo di un Ironman, o ad affrontare tante delle esperienze sportive che ho vissuto. Il senso del titolo sta proprio in quella distanza.

Quanto è stato complesso riportare su carta piccoli e grandi frammenti della tua vita?

Non è stato affatto facile mettermi a nudo: né nel primo libro, né nel secondo, né tantomeno nel terzo. Raccontarsi porta con sé tanti dubbi: può interessare davvero a qualcuno quello che sto scrivendo? Sto raccontando troppo? Sono domande che mi accompagnano, ma che trovo anche affascinanti. Una gara ha tempi, distanze e un traguardo. Quando scrivi della tua vita devi trovare le parole anche per le fragilità e le assenze. Con “La vita senza cronologia” ho voluto dare spazio al significato delle esperienze, perché quello che ci cambia dentro non segue necessariamente l’ordine delle date.

C’è una sfida che hai nel cassetto e che vorresti esaudire?

Sportivamente vorrei continuare a praticare triathlon e magari arrivare a Kona, il traguardo che tanti triatleti sognano. Nel mio caso sto cercando di sfinire gli organizzatori con le mie innumerevoli iscrizioni: magari al dodicesimo Ironman mi diranno «Va bene Roberto, vieni, basta che la smetti!» È una battuta, naturalmente, ma il sogno c’è. Poi c’è una nuova sfida: quest’anno ho dato la mia disponibilità per iniziare a insegnare nelle scuole medie e superiori. Mi piacerebbe portare la mia esperienza tra i banchi di scuola e continuare a mettermi a disposizione di chi rincorre un sogno, raccontandomi e provando a trasmettere un po’ di motivazione.

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