Personaggio politico fuori dagli schemi, sempre al centro di polemiche lungo tutto il corso della sua carriera, Francesco Cossiga nacque in epoca fascista (1928) da un’importante famiglia sassarese e visse pienamente i profondi mutamenti che di lì a poco avrebbero segnato tutto il Novecento: dalla Seconda guerra mondiale alla contrapposizione dei “due blocchi”, la caduta del muro di Berlino e gli anni di piombo fino ad assistere al processo “Mani pulite”.

Le sue doti di raffinato intelletto emersero già in giovane età. A sedici anni, infatti, si diplomò in anticipo di tre anni e l’anno successivo si iscrisse alla Democrazia cristiana. Dopodiché, a diciannove anni si laureò in Giurisprudenza e successivamente ottenne la cattedra di Diritto costituzionale all’Università di Sassari.

A vent’anni compiuti, entrò a far parte di una struttura clandestina anti-comunista, che si formò a Sassari sotto la guida di Antonio Segni, futuro Presidente della Repubblica nei primi anni Sessanta. A rivelarne l’esistenza, diversi anni più tardi, fu lo stesso Cossiga: “Segni mi mandò a prendere le armi in previsione di un possibile tentativo comunista di golpe dopo l’attentato a Togliatti e come risposta alla vittoria elettorale della DC”, raccontò nel 1992 al giornalista del Corriere della Sera Marzio Breda.

Ma cosa resta della sua eredità politica a undici anni dalla sua scomparsa? “Francesco Cossiga è stato un uomo e politico complesso, così come complessa era l’Italia del suo tempo”, sostiene il giornalista e scrittore Anthony Muroni, che proprio del politico democristiano racconta nel suo libro “Cossiga e l’alfabeto con la k” (Santelli, 2020).

“L’Italia nel periodo di Cossiga – sostiene Muroni – è un’Italia che va analizzata storicamente: non è più cronaca, sta cominciando a diventare Storia. È un protagonista di primo piano durante la Guerra Fredda e ricordiamoci che l’Italia era l’ultimo paese in Europa dell’Occidente, in cui passava la cortina di ferro, perché a est dell’Italia, già l’Albania era nel Patto di Varsavia (1955).

Per questo motivo, l’Italia ha avuto sempre un ruolo centrale dove tutti hanno cercato di esercitare un’influenza, primi fra tutti, con la Conferenza di Jalta (1945), gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. La Democrazia cristiana era il partito di riferimento di chi esercitava il potere di controllo esterno sull’Italia dopo la Guerra. Quindi tutte le azioni politiche di Cossiga o di chi con lui ha governato l’Italia, che oggi noi vorremmo giudicare con gli occhi del presente, vanno invece inquadrati in una determinata situazione storica e geopolitica”.

Del resto, Cossiga seppe cogliere più di altri i segnali delle dinamiche politiche future, tant’è che fu l’unico politico italiano a presenziare alla prima seduta del Bundestag nel 1990, in seguito alla riunificazione delle due Germanie.

Ma la carriera politica di Cossiga fu attraversata anche da tanti scandali: da Sottosegretario della Difesa si trovò ad avere un ruolo importante nella vicenda del “piano Solo”, che aveva come obbiettivo l’attuazione di un colpo di Stato (o presunto tale) ideato dal generale dei Carabinieri e capo dei servizi segreti militari Giovanni De Lorenzo per ridimensionare la posizione del Partito socialista, favorevole alla formazione di un governo di centrosinistra con la Democrazia cristiana. Quando nel ’66 ci fu una commissione ministeriale sulla vicenda, Cossiga volle censurare alcune parti del rapporto finale per tutelare il segreto militare.

Difficili furono anche gli anni delle proteste studentesche degli anni Settanta, che da Ministro degli Interni Cossiga represse senza mezzi termini. Non era raro al tempo, infatti, scorgere sui muri delle scritte in cui il suo nome veniva scritto con una “K” seguita da due esse in stile runico, le stesse applicate sulle uniformi naziste. Di questo atteggiamento così repressivo nei confronti di una nuova generazione che protestava contro il modello atlantista che lui incarnava pienamente, non si pentì mai.

Non mancarono forti critiche, poi, da parte dell’opinione pubblica e della classe politica italiana, quando si venne a sapere dell’esistenza dell’organizzazione segreta della Nato, Gladio, verso cui Cossiga si mostrò favorevole sostenendo che i cosiddetti “gladiatori” andassero onorati come i partigiani perché il loro obiettivo era quello di difendere l’indipendenza e la democrazia in Italia. D’altra parte fu anche colui che si autodenunciò come facente parte della stessa organizzazione.

“L’eredità di un politico come Cossiga – conclude Muroni – oggi non può esserci perché personaggi di quella cultura, di quel dimensionamento internazionale, la politica italiana non è più in grado di produrne. Abbiamo un altro tipo di logica che è molto più legata al quotidiano, ai social network, agli umori ed emozioni, ma l’analisi politica in questo momento latita”.

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