Nuorese di nascita, Marcello Fois è uno dei massimi esponenti della letteratura italiana contemporanea, conosciuto anche all’estero con diversi suoi romanzi e saggi tradotti in inglese e in francese. Dopo soli tre anni dalla laurea in Italianistica all’Università di Bologna – città d’adozione dove vive tutt’oggi – scrive il suo primo romanzo Ferro Recente, che verrà pubblicato nel 1992 da Granata Press in una collana di giovani autori italiani.

Da lì una rapida ascesa, conquista il Premio Campiello con Picta (1992), e il Premio Dessì con Nulla (1997), che verrà pubblicato dalla casa editrice sarda Il Maestrale con cui inizierà la sua collaborazione. La voglia di sperimentare che l’ha sempre contraddistinto – è tra i principali autori della Nouvelle Vague sarda – lo porterà anche a scrivere sceneggiature per la televisione, il cinema e il teatro.

Oggi torna in libreria con il saggio “L’invenzione degli italiani – Dove ci porta Cuore”, in cui analizza uno dei libri più letti in Italia e nel mondo. “Pensate che questo romanzo di Edmondo De Amicis dal 1886, anno della sua pubblicazione, al 1964 ha venduto cento milioni di copie”, racconta l’autore in conversazione con il collega Ciro Auriemma, durante il suo intervento alla prima giornata della Fiera del Libro, all’Antica Tonnara di Portoscuso, arrivata ormai alla sua sesta edizione e che quest’anno trova spazio fino al 4 ottobre nei comuni di Iglesias, Portoscuso, Gonnesa e Zeddiani.

Partiamo dal suo ultimo saggio, dove scrive che De Amicis è riuscito a conquistare gli italiani con un concetto molto semplice, e cioè quello degli “italiani brava gente”. Se dovesse scrivere un romanzo oggi, come li definirebbe?

Gli italiani di oggi non sono molto diversi da quelli che aveva a disposizione De Amicis. Anzi, l’invenzione degli “italiani brava gente” deriva proprio dal fatto che non erano affatto buona gente. In verità che noi siamo brave persone è un po’ una leggenda a cui noi abbiamo creduto. In questo periodo in particolare vediamo bene che non è che siamo poi così. È bastato liberarci nei social media, metterci un po’ di anonimato che già ci siamo rappresentati per quello che siamo. Tutta l’umanità in genere, ma gli italiani hanno avuto un balzo particolare di perfidia, amarezza. Siamo veramente tornati molto a destra in questo senso, siamo razzisti, sessisti. Questo è un segnale preoccupante, probabilmente dovrei inventare anch’io una forma per cercare di spiegare questi tempi, che troppo buoni non sono.

A proposito di destre, nel web circola un meme che dice “prima l’italiano” invece dello slogan usato da certi esponenti politici “prima gli italiani”. Un modo ironico per sottolineare la distanza che c’è tra l’immagine che gli italiani hanno di sé e quel che sono realmente: un popolo che al 46% circa non capisce quel che legge nella propria lingua.

Nella propria lingua, che è una lingua concordata. Io non capisco certe posizioni di chi vuole sfilarsi da questa forma di accordo che abbiamo preso per comunicare. E non sono d’accordo che questa forma di accordo sottragga delle possibilità a chi ha una lingua madre. Questo è un lavoro che si dovrebbe fare in casa, non dovrebbe farlo lo Stato. Dovrebbe accompagnarsi a una lingua di comunicazione più ampia, ma non ci basta: noi dovremmo anche sapere l’inglese. Passare dal sardo, intimo, all’italiano per la comunicazione e poi all’inglese per poi spostarci sempre di più.

Anche nel saggio parla del “tamburino sardo” di De Amicis, che viene catapultato in un mondo che quasi non gli appartiene. Lei cosa ne pensa di questa imposizione, se così si può definire, del passaggio che c’è stato, che i sardi hanno dovuto fare, lasciando una parte di quello che erano, essendo la lingua la maggiore espressione dell’identità di un popolo.

La verità come sempre sta un po’ nel mezzo. Certo che c’è stata un’imposizione generale, i popoli si formano anche attraverso delle categorie che sono meccaniche. Poi c’è il problema di rinunciare ognuno a qualcosa per contribuire tutti alla formazione della propria società. In ultima analisi c’è anche il fatto che una volta che la storia è successa, è successa. Non è che adesso è percorribile l’idea di tornare indietro, non è più possibile. Nemmeno i talebani riusciranno a tornare indietro in Afghanistan, per quanto facciano. Questi vent’anni hanno determinato delle cose e sarà un po’ più difficile adesso ritornare allo status quo. Ecco perché in questo momento sono così feroci. Ci saranno molti morti, molte vittime, ma non ce la faranno.

Siamo già a uno step successivo.

Certo, nessuna donna sarda oggi di fronte a una linea identitaria tradizionale ritornerebbe a uno stato in cui era sua nonna. Diciamoci la realtà com’è. I processi vanno fatti tenendo conto anche del fatto che la Storia esiste. O immaginiamo una nuova identificazione del sardo considerando la Storia che ha passato, oppure cosa facciamo? Torniamo indietro? Ci mettiamo il costume tradizionale? Eliminiamo l’italiano dalla Sardegna e ci obblighiamo tutti a parlare il sardo? Tutte cose plausibili sotto certi aspetti, ma ci riuscirà? L’indipendenza ce la possiamo permettere?

Un tema molto attuale, quello dell’indipendenza.

Puoi essere anche un indipendentista e dare a me del nazionalista o italiota, ma quando è finita questa discussione qua, tu cosa fai? Se ti incendiano il bosco, devi smettere di chiedere emolumenti allo Stato. Se piove, devi smettere di chiedere. Questi vogliono fare gli indipendentisti, ma con una marea di soldi che gli piovono dallo Stato in quanto Regione autonoma, come aiuti e quant’altro. Io non la capisco questa cosa, in cosa consiste?

A proposito di indipendentisti e sardisti, ha scritto un saggio su Grazia Deledda, “Quasi Grazia” (2016). Oggi viene presentata come la “donna tipica sarda”, che ha saputo portare la cultura sarda fuori dall’Isola. In realtà poi ha ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura per i suoi romanzi scritti in lingua italiana.

Con forti influenze del sardo, va detto. Lei la sua lingua l’ha un po’ costruita, per questo è stata una grandissima. E in secondo luogo lei è stata una disobbediente, è stata il contrario di una “tipica donna sarda”. È stata totalmente disobbediente ed è stata osteggiata dalle donne che le davano della “donnaccia”. Quindi anche lì, il problema è quale lettura dai della Storia che ti ha attraversato? Dai una lettura molto comoda sul tuo punto di vista, ma in realtà la Deledda è stata osteggiata, dileggiata, odiata, trattata malissimo. Nonostante tutt’oggi sia l’unica donna italiana Premio Nobel e l’unica che l’ha preso per la narrativa. Non è un dato di poco conto. Pirandello non l’ha preso per la narrativa, l’ha preso per il teatro. Dario Fo per il teatro e tutti gli altri, Montale, Quasimodo, Carducci, l’hanno preso per la poesia.

Come mai non si conosce e non si legge così tanto?

Noi non la conosciamo, ma nel mondo è conosciutissima. Anche lì è un problema di punto di osservazione: da che punto si può dire che la Deledda non è conosciuta? Dal fatto che nella nostra scuola non è abbastanza trattata. Dal fatto che in Sardegna non è abbastanza presa in considerazione, ma questo non significa che nel mondo non avvenga, è un po’ come per il libro “Cuore”.

La scuola per De Amicis è necessaria per poter costruire la nostra società, per fare gli italiani. I dati che abbiamo sulla scuola oggi non sono confortanti: soltanto in Sardegna il 20% dei ragazzi non finisce le scuole superiori. Quest’anno poi tantissimi sono dovuti rimanere a casa per la pandemia quindi hanno già perso due anni.

Si capisce da come votano. Il rapporto tra la cittadinanza e l’istruzione è un rapporto civico. Il cittadino istruito costa meno di un cittadino ignorante, economicamente parlando. Quindi investire sull’istruzione significa poi risparmiare, perché significa avere cittadini che hanno capacità di generare le loro situazioni, di compilare un modulo, che sanno come fare una domanda, che sanno leggere un contratto e così via. Questa è la differenza e non è una differenza da poco. Uno pensa che sia semplicemente un orpello ideale per questioni che non hanno niente a che fare con la realtà, invece l’istruzione determina un atteggiamento pratico che alla fine migliora lo stato civico intorno a noi. Lo vediamo oggi, come si discute con gli ignoranti? Gli ignoranti alla fine usano le mani. Quando finiscono le parole, finiscono gli argomenti e iniziano le mani. L’istruzione è un magazzino di argomenti, e di civiltà.

Lei è stato uno dei maggiori esponenti della Nouvelle Vague sarda. Conosce qualche giovane scrittore che le piace leggere?

Io li leggo tutti. Quando escono, i sardi li leggo tutti. È una questione mia personale, una faccenda “di campanile”. Anche quando ci sono concorrenti sardi nei quiz o nei talent, faccio il tifo per loro. Ho dato anche un contributo scrivendo un articolo sugli scrittori sardi da Grazia Deledda ai giorni nostri. E lì si capisce che questa Nouvelle Vague sarda non è nata per caso, è nata in seguito a un lavoro silenzioso di molti autori che hanno scritto prima di noi, come Salvatore Cambosu, Bachisio Zizzi, Salvatore Mannuzzu, Peppino Fiori, Franco Solinas. C’è un mondo incredibile. Poi è arrivato anche Atzeni e tutto il resto. Dalla Deledda in poi, il processo è stato molto più continuo di quanto noi pensiamo.

Secondo lei qual è il filo conduttore che riesce a legare tutti questi autori?

È la passione del racconto. Noi siamo più interessanti della media perché abbiamo un materiale narrativo più vicino, più caldo. Siamo anche generazioni che hanno vissuto esperienze come il passaggio dall’arcaico al moderno quasi in prima persona. La mia generazione sicuramente, la tua no. Già la mia generazione era molto divaricata, siamo passati dall’essere la prima famiglia ad avere il telefono nel quartiere ad essere tutti quanti muniti di touch screen e quant’altro. È stato un balzo senza pari. I tempi dei nostri nonni sono stati secolari, pensa cos’è successo a noi in cinquant’anni.

Anche le giornate scorrevano più lentamente, oggi va tutto velocissimo.

Sì oggi abbiamo tutte queste informazioni, questi input. Ma non è detto che tu, in senso generico, ne sappia di più. Io mi ricordo che una volta, durante un incontro con Rita Levi Montalcini, che era già abbastanza anziana, ai bambini di una scuola media disse: “Voi siete molto informati ma poco formati”. Forse questo è un po’ il salto generazionale che c’è stato. Noi siamo ancora un pochino formati e poi ci siamo dovuti informare. Voi invece siete già generazioni digitali super informati, ma siete altrettanto formati? Siete capaci per esempio di assorbire una sconfitta, una frustrazione, di mettervi a contatto con la fatica? Gli scrittori sardi un po’ stanno lavorando su questo discrimine ed è per questo che sono interessanti. E poi sono di famiglie molto diverse: ci sono i barbaricini, ci sono i cagliaritani, ci sono i cittadini e i campagnoli, i pastori e i pescatori, ci sono le donne impegnate. C’è molta roba bella e molta vitalità. Ce ne sono tantissimi che mi piacciono.

Ultima domanda. Lei è cofondatore del Festival di Gavoi e ora è qui per la Fiera del Libro, due eventi che si svolgono in aree “periferiche” della Sardegna. Oggi si parla tanto di rischio di spopolamento proprio in questi luoghi. A suo avviso, può funzionare un festival culturale in questi termini?

Sì be noi a Gavoi abbiamo avuto risultati ottimi, dal punto di vista pratico: il Pil del Comune è aumentato, il paese è stato ristrutturato completamente e così via. Un appuntamento di questo tipo, che ormai è diventato internazionale, ha generato un circolo virtuoso. Gli abitanti sono assolutamente stabili: magari vanno a lavorare a Nuoro ma vivono a Gavoi, perché si vive bene. Ma pensavo che anche qui si potrebbe lavorare in quel senso. Questo è un posto che ha delle potenzialità bellissime. Ci vorrebbe qualcuno che si prende in mano la responsabilità di dare delle direttive, mettere in ordine, fare un piano del colore. Fare un po’ quel che è stato fatto a Bosa, ad Alghero, a Santu Lussurgiu. Ci sono dei paesi bellissimi in Sardegna ma ci sono dei paesi anche bruttissimi.

Noi ne abbiamo parlato anche nel nostro giornale, a proposito della “paesitudine” e del legame indissolubile, talvolta limitante, che si ha col proprio luogo di nascita.

Sì ma anche a Nuoro, dove son nato, io sono un tifoso delle demolizioni positive. Cioè alcune cose perché non si devono buttare giù? Se son brutte, togliamole. Ricostruiamo col bello.

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