Ventiquattro anni fa ci lasciava Fabrizio De André, tra i più grandi cantautori italiani dell’ultimo secolo. Sue le musiche e i testi sempre rivolti agli ultimi, vittime di una società spietata con i più fragili e riverente con i potenti.

Quel lunedì 11 gennaio 1999 segnò per tanti una perdita senza eguali. Anche dalla Sardegna, terra che l’artista genovese aveva amato profondamente, arrivarono centinaia di messaggi di cordoglio e una marea di abbracci alla compagna di vita Dori Ghezzi.

De André sbarcò per la prima volta l’Isola nell’estate del 1968, trascorrendo un periodo a Portobello di Gallura, all’epoca un lembo di terra lontano dalla mondanità che in quegli anni iniziava ad investire le coste nordorientali. Da subito fu colpito da quello che chiamava “mal dei sardi” e cioè la fascinazione del mistero e delle suggestioni di una delle isole più belle del Mediterraneo.

Il colpo di fulmine lo convinse così a lasciare la sua città natale, Genova, nel 1976, per trasferirsi proprio in Gallura, nelle campagne di Tempio Pausania, insieme alla sua compagna Dori Ghezzi. Acquistarono 151 ettari di terra divisi in tre appezzamenti distinti: “Donna Maria”, che sta alle pendici del Monte Limbara e raggiunge i 700 metri di altitudine, “L’Agnata” e “Tanca Manna”. Qui l’artista ligure sviluppò una forte passione per l’agricoltura e l’allevamento, mettendo per un momento in secondo piano la sua attività musicale.

Lo stesso De André dichiarò che nel vecchio stazzo recuperato a l’Agnata, che poi diventò un vero e proprio agriturismo, spese “tutti i soldi che sono riuscito a risparmiare, una terra che lavoro anche con le mie mani e un giorno lascerò ai miei figli, perché non avranno molto dai diritti d’autore delle canzoni del padre”. Non un grandissimo affare, certo, ma il cantautore era convinto di guadagnarci in salute e serenità. “Questo luogo è una magia, dà tanta gioia per l’anima, anche quando torni a casa distrutto dalla stanchezza. Ti appaga e non lascia spazio alle inquietudini. Vivere questa dimensione è il modo più semplice ma anche il più profondo di vivere questa terra”, dirà ancora De André.

Ma la nuova vita in Sardegna, per l’artista genovese e la sua compagna, coincise anche con un evento storico che scosse profondamente l’opinione pubblica isolana e d’oltremare.

Il 27 agosto 1979 nella casa dell’Agnata erano presenti molte persone: De André e Ghezzi, i genitori di lei, la sorella ed il cognato con i figli ed altri amici. Verso sera tutti lasciarono lo stabile; i genitori di Dori portarono via anche Luvi, figlia della coppia nata due anni prima, per farle trascorrere qualche giornata al mare nella loro casa di Porto San Paolo. Attorno alle 20, così, i due rimasero soli in casa. Dopo cena, attorno alle 23, la coppia si preparava ad andare a dormire quando Ghezzi sentì qualcuno salire velocemente le scale del piano superiore. Sapendo che il compagno era scalzo, quindi non poteva fare quel rumore, si affacciò al ballatoio per capire cosa stesse succedendo. A quel punto venne aggredita da due uomini armati e col volto coperto da un cappuccio con due fori all’altezza degli occhi, mentre un terzo uomo puntava un fucile contro Fabrizio.

“Fummo presi e fatti scendere al piano terra – racconteranno i due in seguito -, dopo averci fatto calzare scarpe chiuse e portato con noi alcune paia di calze. Ci fecero uscire dal retro della casa e fatti sedere sulla nostra macchina, una Citroen Diane 6, targata MI. Prima di chiudere la porta chiesero a Fabrizio dove fosse l’interruttore per spegnere le luci del giardino”. Dalla casa venne portato via anche il fucile Winchester che De André teneva nella sua camera da letto e una confezione di munizioni.

La coppia rimase nelle mani dei banditi sardi per ben quattro mesi. Soltanto il 20 dicembre, alle 23 circa, a pochi chilometri da Alà dei Sardi, venne rilasciata Dori Ghezzi, che fu soccorsa da don Vico. Alle 21 del 21 dicembre, nei pressi di Buddusò, venne invece liberato De André. Erano passati 117 giorni dal sequestro che costò un riscatto di ben 550 milioni di lire. Ci sono stati giorni che pensavamo di non riuscire a sopravvivere a quelle condizioni estreme. Conservai il tappo di una scatoletta, non si sa mai che avessi potuto usarlo qualora le forze non mi avessero sorretto”, racconterà il cantautore genovese.

In una fase del processo De André dirà: Capiamo i banditi e le ragioni per cui agiscono in quel modo, sebbene il reato di sequestro di persona sia tra i delitti più odiosi che si possano commettere”.

E proprio la vicenda del sequestro ispirò tutta la produzione artistica successiva del cantautore ligure, che riprese l’attività musicale nei mesi successivi alla liberazione. Al sequestro, infatti, De André dedicò il brano “Hotel Supramonte”, che, sebbene non fu il luogo di detenzione della coppia, si fece conoscere per tanti altri sequestri messi a segno dai banditi sardi che scelsero il massiccio del Nuorese per far valere le loro rivendicazioni.

Lo sventurato capitolo non smosse di una virgola il sentimento profondo che legava l’artista genovese a una terra ricca di contraddizioni, a tratti indecifrabile e per questo, forse, incantevole. La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattro mila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso. I sardi a mio parere deciderebbero meglio se fossero indipendenti all’interno di una comunità europea e mediterranea”, scriverà De André in uno dei suoi interventi più conosciuti, dimostrandosi pienamente coinvolto in una storia che, alla fine, gli apparteneva da sempre.

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