(Emiliano Deiana, presidente Anci Sardegna)

Preliminarmente bisogna dare atto a CagliariPad e al suo direttore
Guido Garau di essere una delle voci che fanno sentire i paesi meno soli; non è un aspetto banale perché la battaglia prima che politica è etico-culturale: porre al centro la carta costituzionale come elemento motivazionale significa mettere in luce le enormi disuguaglianze che ancora permangono in una Repubblica disgregata come quella italiana.

Ma andiamo con ordine.
Dividerò il mio intervento in tre parti.

1. PNRR
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza rischia di trasformarsi – a essere ottimisti – come la più grande occasione mancata della storia dell’autonomia. Il rischio si è esemplificato in partenza quando la Sardegna è stata esclusa dalla programmazione strategica sulle infrastrutture: nessun intervento sulla rete viaria, poco o nulla sulle ferrovie, esclusione sulle reti idriche.

Il rischio si è acuito quando nella stesura definitiva del Piano non si è messo – come ad esempio in Spagna – la questione della desertificazione umana delle aree interne al primo posto con una dotazione di 10 miliardi di euro per contrastarla: nel Piano italiano solo enunciazioni di principio senza nessuna strategia specifica per deviare questo falso sviluppo. Giova ricordarlo che in Italia circa 10 milioni di persone vivono in piccoli paesi con meno di 5.000 abitanti che amministrano oltre il 50% del territorio: utilizzando il criterio di ripartizione che lo Stato si è sempre dato ovvero il numero di abitanti per le politiche a favore dei paesi e delle aree interne si dovevano stanziare circa 40 miliardi di euro invece delle briciole che arriveranno per l’impegno dei singoli sindaci e delle singole amministrazioni.

Il rischio si è solidificato quando non si è preteso che ci fosse almeno una “riserva minima regionale” facendo trascinare la Sardegna nel mare magnum della “questione meridionale” e lasciando ai singoli ministeri la definizione di criteri di ripartizione; qui c’è un deficit tutto culturale che non riesce a scindere la questione sarda dalla vicenda unitaria italiana e che sconta una disconnessione del potere italiano da quella che lo scrittore francese Michel Houellebecq ha definito “la possibilità di un’isola”.

Con il Pnrr rischiamo che arrivi sull’Isola solo qualche decina di milioni di euro sull’edilizia scolastica, sulle case della salute, sulla banda ultra larga, sui borghi – ma i nostri paesi sono borghi o sono paesi? – sulle aree Snai e poco altro. Sull’energia l’idea del Ministro Cingolani è una sostanziale deregulation sulle rinnovabili mentre ci sarebbe bisogno – oggi più che mai – di una pianificazione pubblica con ricadute certe e durature a vantaggio delle comunità locali.

Sulle Zes – persa senza combattere la battaglia per una grande Zona Franca rurale a vantaggio dei paesi e delle aree interne – arriveranno delle briciole, circa 10 milioni di euro, mentre in altre regioni meridionali si brinda a caviale e champagne: di chi è la colpa? Dello Stato patrigno o della Regione incapace di fare i compiti a casa? Sarebbe bello scoprirlo. E scoprirlo presto.

Ma il PNRR non è tutto. C’è tutta la programmazione europea 2021-2027 da fare, da scrivere, da dispiegare. Siamo precipitati nell’Obiettivo 1. Vogliamo affrontarlo con le ricette che ci hanno fatto fallire nell’Obiettivo 2 oppure vogliamo proporre programmi e regola nuove che ci consentano di affrontare i nodi strutturali che ci condannano al sostanziale sottosviluppo?

Dobbiamo continuare a fare le programmazioni scolastiche e sanitarie con gli stessi parametri della Lombardia oppure possiamo avere forme innovate di programmazione che coniughino le pari opportunità fra tutti ì cittadino di questa Repubblica?

Possiamo decidere che se ci serve una strada che da Oristano ci porta a Tortolì (o da Tempio a Olbia, o da Pozzomaggiore a Bosa) se ne può fare carico la fiscalità generale perché é una precondizione dello sviluppo? E se serve una linea ferrata degna di questo nome da Cagliari a Sassari, da Nuoro a Macomer e da Olbia a Chilivani stiamo chiedendo un diritto o pietendo un privilegio?

Siamo tutti consapevoli che nelle aree di montagna – con un poco di neve – è mancata la corrente elettrica e la tale situazione non è riferita al 1950 ma al 2021? Sappiamo tutti – in Sardegna – che se chiude la guardia medica ad Aritzo ci sono aree completamente sguarnite di un diritto costituzionale e non ci riferiamo al 1880, ma al secondo decennio degli anni duemila?

2. UNITÀ ISTITUZIONALE
Chi scrive, a inizio legislatura, aveva proposto sulle pagine de La Nuova Sardegna – intervenendo su un dibattito che aveva coinvolto il Presidente della Regione, il Capogruppo del maggior partito di opposizione, esponenti del mondo della cultura e della conoscenza – un Nuovo Congresso del Popolo Sardo sulla falsariga di quello che si celebrò nel 1950 e che rappresentò i prodromi del Piano di Rinascita: Regione (maggioranza e minoranza), parlamentari, enti locali, organizzazioni sindacali e di categoria, Università, Camere di Commercio, organizzazioni studentesche, terzo settore, cittadinanza attiva; tutti insieme per scrivere e articolare le politiche di progresso fra il 2020 e il 2050. Tutti, nella diversità e nelle differenze, a dire come avremmo voluto la Sardegna fra 30 anni mettendo avanti a tutti la questione delle questioni: la desertificazione umana, civile, politica, sociale ed economica della Sardegna e in particolare della Sardegna interiore.

Ciò che viene classificato come “spopolamento” poteva (e può) essere la chiave del futuro sviluppo di questa terra. Si è preferito fare altro rispetto a questa proposta che era di assoluto buon senso ad inizio legislatura, ma che sarebbe stata necessaria e obbligata a causa della pandemia: si è preferito fare altro, stare nella tattica e nella dialettica consiliare anziché aprirsi alla società sarda. Adesso recuperare è difficile se non impossibile, ma non si può giocare a fare di tutta l’erba un fascio: il sistema dei comuni la sua proposta l’ha fatta a tempo debito ed è restata inascoltata.

3. LE PROPOSTE
Anci Sardegna ha elaborato, a suo tempo, una serie di proposte intitolata “La primavera dei paesi”. Una proposta articolata che partiva dall’assunto che bisogna affrontare la questione dei paesi, delle aree interne, delle periferie e dei pastori e degli agricoltori in maniera organica e non spezzattata. Serviva (e serve) una legge organica che abbia un solido ancoraggio (e coraggio) costituzionale: sugli articoli 3, 5, 32, 34, 114 della Costituzione e che segni un cambio di passo radicale anche a livello locale: le politiche di progresso o sono territoriali o, semplicemente, sono esercizi stilistici dei singoli – più o meno bravi – attori locali.
Sanità, istruzione, cultura, mobilità.

Politiche per la famiglia e contro la denatalità e per la casa, politiche di recupero del patrimonio edilizio abbandonato e delle terre silenti, Università della pastorizia e rete dei maestri di comunità, zona franca rurale e politiche dei giovani e per i giovani, politiche per la montagna e le terre alte (e altre), politiche sulla gestione delle risorse idriche e sulle foreste, banda ultra larga diffusa e capillare, vasto programma di controesodo verso i paesi a partire dai così detti nomadi digitali e dall’applicazione massiva ed incentivata dello smart working.

È falso dire che le proposte non ci sono. Le proposte ci sono. Latita la volontà politica di dargli corpo attraverso tutti gli strumenti a disposizione: comunali, regionali, nazionali e comunitari.

Siamo a un punto di non ritorno.
Ed è opportuno, in tale contesto, che ciascuno si assuma la propria responsabilità.

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