“Fuggi. Dopo trentaquattro anni ti strappi alla terra dove hai amato, sofferto e fatto il buffone. Ogni angolo di strada testimonia una tua gioia, un dolore, una paura. In cambio sarò libero. La maschera che mi cuciranno addosso, lo straniero, l’isolano, il mendicante, mi nasconderà, occulterà il nome, sarò uomo fra uomini”. Il giovane Ruggero Gunale si trova su un traghetto diretto verso il continente quando gli torna in mente tutto quel che ha combinato fino a quel momento: la scoperta del sesso passionale, dell’amour fou per una donna sposata che incinta, probabilmente di lui, abortisce e lo lascia, le esperienze giornalistiche in una radio locale, la musica e soprattutto la droga.

Una vita non troppo lontana, anzi per alcuni versi parallela, quella tra il protagonista de “Il quinto passo è l’addio” e lo scrittore e giornalista Sergio Atzeni. Terzo tra i suoi romanzi, fu pubblicato nel 1995 dalla Mondadori qualche mese prima della sua tragica morte – era il 6 settembre – e consacrò l’autore al mondo dell’editoria che conta, dopo “Apologo del giudice bandito” (1986) e “Il figlio di Bakunin” (1991), entrambi pubblicati dalla Sellerio, che intuì prima di tutti quell’aria di novità e originalità nella sua scrittura.

Nato a Capoterra, vissuto per qualche anno a Orgosolo, si trasferisce a Cagliari dove si formerà personalmente e professionalmente. Tutti lo conoscevano come il figlio di Licio, a lungo segretario di federazione del PCI, partito a cui si iscriverà lo stesso Atzeni con qualche riserva. Nonostante la gavetta nelle più importanti testate locali, infatti, al giornalista verrà sbarrata la strada al TG regionale di Rai Tre, allòra roccaforte televisiva dei rossi. Un rifiuto che celava, ma neanche troppo, la volontà di non assecondare più di tanto le mire rivoluzionarie dello stesso Atzeni: la rigida gerarchia del partito gli stava strettissima. Era figlio del vento del cambiamento politico, sociale e culturale che di lì a poco avrebbe investito anche la sua città. Il 9 novembre 1994 scrive in un pezzo pubblicato su L’Unione Sarda di essere “sardo, italiano ed europeo”. Era passato soltanto un anno dal Trattato di Maastricht e la fondazione dell’Unione europea. Una svolta che scalderà gli animi del suo partito.

“Guardavamo ad occhi aperti e spaventati, un mondo che non ci apparteneva” scrive nel suo romanzo più riuscito “Passavamo sulla terra leggeri”, pubblicato postumo nel 1996 sempre dalla Mondadori, confermando la sua consapevolezza di stare vivendo a cavallo tra due epoche.

Prima di partire a Torino, dove inizia a farsi conoscere come scrittore e traduttore di romanzi firmati da autori quali Stendhal, Lèvi-Strauss e Sartre, aveva iniziato a lavorare all’Enel come delegato sindacale della Cgil. E anche in questa occasione, come racconta nei suoi scritti, viene ricordato come un personaggio fuori dagli schemi: durante una riunione che durava troppo, disse che i problemi dell’Enel si sarebbero risolti se l’Italia fosse uscita dal Patto Atlantico. La proposta, però, non fu messa a verbale. Lascia poi il colosso energetico per lanciarsi in una nuova sfida, dedicandosi esclusivamente alla letteratura.

Sono gli anni più fecondi della sua carriera, in cui Atzeni mixa italiano e cagliaritano, racconta per la prima volta il capoluogo sardo come protagonista della produzione isolana, ma senza lasciare indietro le sue origini più ancestrali. “Non si maledice una madre. L’acqua è madre… l’uomo ha molte madri, acqua, terra, sole, aria”, scrive ne “Il quinto passo è l’addio”, proponendo una Sardegna in piena trasformazione, ma ancora forte delle sue radici. Elemento che gli varrà il riconoscimento tra i maggiori esponenti della Nouvelle vague sarda. E ancora, nello stesso testo, sul ponte il pastore dice a Ruggero Gunale: “Bella notte, ma il mare non mi piace, lo capisco ma non mi piace, si agita troppo per nulla, mi bagna la giacca e me la sala, in fondo stiamo solo passandoci sopra, la terra è più sicura. Se non fosse che è acqua lo maledirei”.

Una visione che sa quasi di premonizione. Sergio Atzeni muore in mare, gettato da un’onda sugli scogli dell’Isola di San Pietro, ma in un vecchio sogno “arrivava in riva, guardava il mare, si chiedeva: ‘Lo attraverso?’ e rispondeva: ‘No. È troppo largo’”.

Leggi le altre notizie su www.cagliaripad.it