Luci, colori, coriandoli, migliaia di sorrisi e di balli: la Sardegna si prepara a festeggiare giorni intensi di carnevale al seguito di carri allegorici in grado di sorprendere ogni volta il pubblico. Dietro le opere che attraverseranno le strade di tanti paesi ci sono gruppi di amici e artisti veri e propri che per mesi si sono impegnati giorno e notti per regalare momenti di emozione pura per grandi e piccoli.
Conosce bene quelle emozioni Walter Piras, uno dei talenti indiscussi dell’arte in Sardegna, che per tanti anni ha avuto il merito di regalare – da San Gavino fino a Tempio – tocchi di colore per i pupazzi carnevaleschi. Una esperienza che l’ha portato a vincere numerosi premi e ad essere apprezzato anche fuori dai confini sardi.
Quando inizi ad avvicinarti al mondo della cartapesta?
Mi sono avvicinato da piccolo, perché i miei genitori erano amici di Sergio Putzu (artista di San Gavino, ndr) del gruppo Il Coriandolo. Ai tempi facevano dei carri che erano qualcosa di spettacolare. Come il Re Sole, i Maya. Partecipavo, imparavo a mettere la carta, ma ero anche affascinato dal mondo delle forme, dei colori. Sergio mi ha indirizzato da subito, visto che disegnavo e apprezzava ciò che proponevo. Dopo qualche anno, da adolescente, abbiamo deciso con alcuni amici di creare un nuovo gruppo, L’Aurora. Mi aveva coinvolto Antonio Uccheddu, avevamo preso persino un pullman con tutti i movimenti. Stiamo parlando del 96/97, quell’avventura durò due anni. Il primo carro? Il tema di The Mask.
A quel punto, la cartapesta diventa piano piano anche un lavoro.
Sì, l’anno dopo sono stato ingaggiato da Pinuccio Zedda nell’Oktoberfest. Insieme ad Andrea Fiori avevamo fatto “I Folletti”, “Re Artù”, che avevano vinto alcuni premi. Poi ho collaborato con altri gruppi, anche di altri paesi, per aerografare i carri e creare delle forme.
La tua esperienza non si è fermata a San Gavino.
Per diversi anni ho realizzato i pupazzi di Re Giorgio per Tempio, che è il carro della tradizione. Ho avuto modo di partecipare, come ospite, al carnevale di Viareggio. Sono stato giurato a quello di Venezia, dove puntano solo sui vestiti e lì ho potuto votare in piazza San Marco la maschera migliore.

Ti ricordi il primo vestito di carnevale?
Quando ero piccolo c’erano pochi soldi per pagare le sarte, ai tempi non c’era Internet o la possibilità di comprare un vestito già pronto, come oggi. Dovevi avere tanta fantasia. Mi ricordo quindi questo vestito da fantasma per la festa a scuola: un lenzuolo, due buchi per gli occhi e fatto il vestito. Io ero contentissimo, mi sono divertito un sacco.
Quanto è importante andare nelle scuole per raccontare come si lavora coi carri?
Ci sono tanti progetti che si fanno nelle scuole per garantire un ricambio generazionale. Ricordo che una decina di anni fa avevo fatto un progetto dove avevo proposto che nelle casermette di San Gavino avremmo invitato le scuole e i ragazzi con la passione di diventare carristi e noi artisti avremmo insegnato senza una paga fissa. In modo tale che si chiudesse il nostro percorso artistico carnevalesco e l’anno dopo i nostri ragazzi iniziassero con le loro competenze e capacità. Purtroppo il Comune non aveva poi investito nel progetto e così ci ritroviamo ancora oggi a una carenza di artisti. Tutt’ora mi chiedono di fare carri ma purtroppo oggi non ho tempo per il mio lavoro. Non è una cosa che vale in tutta la Sardegna: ci sono gruppi di Terralba, San Gavino e Tempio che sono riusciti a coinvolgere una fascia d’età più bassa. Il ricambio è lento ma ci sarà.
Nel tempo, il mondo è cambiato e gli iscritti ai carri sono sempre meno. Verso la fine degli anni 90 e l’inizio dei 2000 era possibile avere migliaia di persone dietro i carri. Cosa manca rispetto ad allora?
C’è stata una comunicazione sbagliata: il carnevale è diventata la festa in cui si beve. Questo ha portato le famiglie a non iscrivere così facilmente i figli ai carri. C’era stato un danno d’immagine molto forte. C’è voluto tempo per recuperare un po’ i numeri.
Oggi il carnevale che cos’è per le comunità?
I comuni hanno capito che è un vantaggio per le comunità. C’è un giro d’affari notevole, tutti i soldi rimangono nel territorio e lo aiutano. Il carnevale è diventato una opportunità. Penso anche a Sestu, che ha deciso di investire per iniziare un suo percorso. Molti comuni stanno proseguendo la tradizione in maniera importante. Marrubiu la sta facendo da padrona, con tanto budget a disposizione sta facendo crescere l’evento e ne parla tutto l’anno. Tempio riesce a riempire tutte le strutture ricettive, fa la diretta tv: loro sono quelli più attenti all’organizzazione. La sfilata è perfetta, i partecipanti non si mischiano, nessuno si ubriaca. È un corteo come Viareggio. Poi hanno una settimana di festa. L’unico problema sono le strade strette, dunque sono costretti a carri di dimensioni limitate e pupazzi di cartapesta di qualità meno importante rispetto ad altre zone della Sardegna.

Cosa possiamo prendere d’ispirazione dai carnevali della penisola?
Noi dobbiamo migliorare la nostra capacità organizzativa. Un carnevale si organizza per tempo, un anno prima, riuscendo a procacciare finanziamenti a tutti i livelli per avere quanto più budget possibile. Così è possibile dare più risonanza all’evento e ancora più qualità ai carri.
A cosa sei più legato quando pensi al carnevale?
Alle persone, al rapporto che si instaura con loro. Ho lavorato con tanti carri, ti leghi al gruppo come artista e come umano. Ci si fida gli uni degli altri. Il ricordo mi rende molto felice.
C’è ancora qualche progetto che intendi realizzare?
Ho l’idea di un carro innovativo, mai fatto in Sardegna. Molto d’impatto e particolare, in modo che possa stupire il pubblico, con movimenti fatti ad hoc. Purtroppo non ho più tempo da dedicare mesi a questi lavori, e non si può facilmente delegare perché ogni artista ha la sua sensibilità, il suo stile. Il mio va bene per quel tipo di progetto che ho in mente.
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